Pmi digitali, passi avanti dal 2020 al 2021 ma manca ancora l'esame di maturità

Il 52% ha infatti introdotto almeno un’innovazione di prodotto, di processo od organizzativa nel corso del 2020, lo dice un'indagine di Banca Ifis. Ma la domanda è: il 4.0 è sufficiente? C'è chi dice no

Impresa 4.0

«Le piccole e medie imprese italiane non hanno smesso di innovare per restare al passo e agganciare con rapidità i primi segnali di ripresa: il 52% ha infatti introdotto almeno un’innovazione di prodotto, di processo od organizzativa nel corso del 2020. Ma ciò che conta sottolineare è che questa innovazione non è semplicemente l’utilizzo di un software, come può essere un’app per svolgere le riunioni in smart working, ma è qualcosa di ben più strutturale che riguarda prodotti, servizi e soprattutto processi».

È quanto risulta dallo studio realizzato da Banca Ifis su un campione rappresentativo di oltre 1.800 piccole e medie aziende nel mese di aprile 2021 da cui emerge uno spaccato che racchiude una probabile tendenza: il periodo che tutti ci auguriamo di aver lasciato alle spalle ha rappresentato uno sprone importante per lo sviluppo della tecnologia anche nelle realtà più piccole.

Dall’analisi emerge che il 73% delle Pmi già utilizza tecnologie 4.0 o prevede di adottarle entro la fine del 2023. Entrando più nel dettaglio, il 31% delle Pmi intervistate impiega tecnologie legate alla cyber security, il 29% sfrutta invece un Crm (Customer relationship management) per la gestione commerciale.

INVESTIMENTI IN RIBASSO
Una su quattro si affida al cloud (i grandi archivi virtuali di dati) e il 16% ha investito nell’industria IoT, l’internet delle cose. In prospettiva futura però, secondo le risposte date dagli imprenditori intervistati, alcuni indicatori legati sempre al digitale in azienda sembrano avere una minore incidenza se raffrontati alle stesse voci di spesa, che rimarranno invariate solo per le «nuvole» di dati, mentre gli altri indicatori scendono: cybersecurity al 17%, Iot al 15% (quasi invariato) Crm addirittura all’11%, con una flessione di ben il 18% degli investimenti.

ULTIMI POSTI PER MATURITA' DIGITALE
E' arrivata davvero la svolta digitale per le Pmi?
Oppure si è trattato di una sorta di «bolla», di qualcosa che ha avuto importanza nella contingenza per superare alcuni ostacoli legati alle necessità imposte dalla pandemia, al bisogno di vincere di imposizioni «fisiche» dettate dal momento? I dubbi esistono. E sono rappresentati non solo dai numeri, ma anche dall’approccio strategico ancora difficile da parte del mondo dell’impresa sul grande tema del digitale.

Ne è convinta la professoressa Paola Girdinio, presidente del «Piano Nazionale Industria 4.0», noto anche come «Start 4.0» istituito dalla legge Calenda nel 2018 e che costituisce un progetto governativo di supporto strategico alle imprese per affrontare le sfide che la quarta rivoluzione industriale ha posto in essere. «L’Italia risulta agli ultimi posti in Europa come maturità digitale. Quindi prima di parlare di svolta digitale andrei molto cauta», spiega la professoressa, che ricopre anche l’incarico di presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei sistemi elettrici.

DEVE CAMBIARE IL MODO DI GESTIRE IL BUSINESS
«Un fattore che richiama alla cautela è costituito dall’approccio di molti imprenditori proprio col digitale: molti pensano ancora che sia sufficiente mettersi in casa il 4.0. Ma questo rappresenta uno strumento, è come avere in tasca una penna: non basta possederla, poi è necessario saper scrivere. Ecco che questo momento deve rappresentare un modo diverso di gestire il business, e il motore del cambiamento sta nella capacità di leggere i dati, per esempio prendere scelte da un’indagine predittiva di guasto, o saper valutare un'analisi in un sistema di produzione. Questo è forse uno dei temi principali. Poi esiste un’altra questione legata al digitale e in particolare al lavoro che ora tutti chiamano smart working ma che in realtà fino ad oggi è sempre stato telelavoro: smart working invece vuol dire lavorare con obiettivi, non semplicemente portarsi il pc a casa».

Poi la grande questione delle reti. «Essere sempre più connessi ci mette sempre più a rischio di attacchi cyber e bisogna essere consapevoli che non difendere la propria azienda può avere costi molto alti. Bisogna aiutare le imprese a raggiungere questi obiettivi investendo sempre di più in infrastrutture digitali di ultima generazione: la velocità di trasmissione dei dati è fondamentale e costituirà la vera sfida del salto digitale. Anche per le Pmi».