Rivoluzione digitale nelle Pmi, bene ma non benissimo: il 43% non la considera un'opportunità in azienda

L'analisi in chiaroscuro dell'Osservatorio Innovazione Digitale del Politecnico di Milano. L'obiettivo è recuperare il divario con competenze, assistenza e sicurezza informatica

IN SINTESI

  • Quasi una Pmi su due non vede il digitale come un'opportunità di trasformazione in azienda
  • Manca l’integrazione tra piattaforme e la revisione dei processi, un gap culturale a livello di competenze che deve essere colmato
  • Sono due i gap da colmare: il gap infrastrutturale, perché l’assenza di banda larga frena gli investimenti delle Pmi e il gap dell’organizzazione e dei processi aziendali (e-commerce, big data, gestione della catena di distribuzione).
  • Alle aziende servono una strategia di accompagnamento alla digitalizzazione, formazione, assistenza tecnologica, una promozione della cultura dei dati e un innalzamento del profilo di sicurezza informatica

LEGGI L'ARTICOLO INTEGRALE
Il tema della trasformazione digitale delle Pmi se prima del Covid poteva forse essere ancora collocato in un ambito più teorico che pratico, con l’avvento della pandemia e i conseguenti stravolgimenti che hanno investito, investono e investiranno le imprese, è diventato assolutamente centrale nella vita quotidiana delle aziende, comprese le più piccole.

Ma a che punto si trova oggi questo processo nelle piccole e medie imprese? A provare a dare una risposta, la ricerca 2021 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano. Dai risultati emerge un quadro in chiaroscuro, con dati ambivalenti. Nel settore manifatturiero ad esempio, solo il 4% delle Pmi dichiara di non raccogliere i dati di fabbrica, ma ben il 60% li gestisce o manualmente oppure con fogli elettronici; utilizza una piattaforma solo il 38% delle aziende. Nell’ambito dei servizi, il 40% utilizza processi poco digitalizzati. Nel campo dell’e-commerce, nel 2020, sono più del 50% le Pmi che hanno attivato o continuato a vendere online; il commercio elettronico è una priorità del 2021 per 4 Pmi su 10. Conforta che 7 imprese su 10 dichiarino di utilizzare servizi in Cloud, preoccupa che il 43% affermi di non vedere il digitale come un’opportunità di trasformazione dell’azienda. Dalla ricerca emerge anche una generale scarsa consapevolezza degli imprenditori sul tema della trasformazione digitale, anche se 6 su 10 ritengono di avere una buona conoscenza dell’argomento.

MANCA L'INTEGRAZIONE TRA PIATTAFORME
«La pandemia nella sua tragicità ha dato slancio al digitale – spiega Giorgia Sali, direttrice dell’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano – a mancare però è l’integrazione tra piattaforme e la revisione dei processi, un gap culturale a livello di competenze che deve essere colmato». Il fatto che siamo da anni nella quarta rivoluzione industriale, che la pandemia non ha fatto altro che accelerare lo sostiene Andrea Rangone, responsabile scientifico Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. «Il digitale di oggi è l’energia elettrica di ieri – esemplifica Rangone – bisogna ripensare il modo di fare impresa anche nelle Pmi. Cos’è realmente il digitale ce lo ha fatto capire la pandemia, anche i più scettici ne hanno compreso l’importanza. L’Italia in questo senso ha fatto meno di altri Paesi europei, ma non esiste momento più favorevole di questo per cambiare ritmo e velocità».

Da dove le Pmi possono cominciare questo processo di trasformazione digitale? Colmare il divario tra grandi imprese e piccole deve essere il primo passo, considerando che il nostro Paese è già in ritardo rispetto alla media Ocse. Due le urgenze e i gap da colmare, quello infrastrutturale, perché l’assenza di banda larga frena gli investimenti delle Pmi e quello che riguarda l’organizzazione e i processi aziendali e qui parliamo in particolare di e-commerce, big data, gestione della catena di distribuzione. La diffusione di banda larga nel nostro Paese, secondo i dati Ocse, è un terzo rispetto a quella della Corea e un terzo rispetto a quella della Svezia. «Sono quattro gli ambiti di intervento – sottolinea Lucia Cusmano, deputy Head of Entrepreneurship, SMEs and Tourism Division dell’Ocse – il rafforzamento delle competenze e dei processi interni, la facilitazione nell’accesso alle risorse strategiche, la creazione di un contesto imprenditoriale favorevole, la promozione di un approccio integrato e coerente tra i diversi livelli di governo».

COSA SERVE ALLE IMPRESE
Compiti che spettano sia alle istituzioni che alle imprese. Più nel dettaglio, alle aziende serve una strategia di accompagnamento alla digitalizzazione, formazione, assistenza tecnologica, una promozione della cultura dei dati e anche un innalzamento del profilo di sicurezza informatica. Importante anche favorire la connessione delle Pmi con le reti di conoscenza; un’altra parola d’ordine deve essere pianificare a lungo termine. «Competenza è la parola chiave» aggiunge Cusmano e qui torniamo ai risultati della ricerca.

Se è vero che solo il 7% delle imprese intervistate ammette un approccio al digitale scarso, c’è anche un 40% che afferma di avere una visione scarsa del digitale e solo il 9% risponde di possedere un livello avanzato di competenze, ma c’è anche un 44% che si dice convinto di avere un buon approccio a questo tema. Competenza fa rima con formazione e digitalizzazione fa rima con internazionalizzazione. Certo le imprese non possono fare tutto da sole; c’è bisogno ad esempio anche di una pubblica amministrazione digitalizzata con cui le aziende possano interagire efficacemente. Un quadro complesso insomma, di cui il Pnrr saprà tenere conto? «I contenuti del Pnrr al momento sono decisamente generici – conclude Cusmano – aspettiamo di vedere le misure più concrete per capire il tipo di ricaduta sulle imprese».