Comprare vicino, vendere lontano: alla filiera del Varesotto manca solo la regia
Dazi, ritardi, forniture sbagliate: nel prezzo oggi c'è molto più del prezzo. A Materia imprenditori ed esperti raccontano perché la prossimità è strategia. E perché serve un capofila

Per anni abbiamo creduto a una cosa sola: che comprare dall'altra parte del mondo convenisse. Lì la manodopera costa meno, l'energia costa meno, quindi conviene anche a noi. Michele Mancino, vicedirettore di VareseNews, ha aperto la seconda serata di Materia con la domanda che ribalta il ragionamento: e se il fornitore più economico non fosse quello che costa meno?
Per anni giudicare un fornitore solo sul prezzo è stato comodo: un numero, un confronto, via. Ma nel prezzo, oggi, c'è dentro molto più del prezzo. Ci sono i dazi. Le tensioni geopolitiche. I ritardi. Le forniture che arrivano parziali, o sbagliate. Metti tutto sul tavolo e il conto cambia: il fornitore che sulla carta risparmia due lire diventa quello che ti blocca la produzione. Da voce di costo a fattore di rischio. E al contrario, il fornitore giusto smette di essere solo chi ti vende un pezzo: diventa un partner, commerciale e strategico insieme.
Da qui il capovolgimento che ha tenuto insieme la serata, promossa da Confartigianato Imprese Varese Materia Lab, Materia Impresa Lab e VareseNews, “Comprare vicino, vendere lontano: perché conviene esserci”: la filiera corta non è chiudersi nel proprio cortile. È comprare vicino per vendere lontano. Tenere accanto i fornitori che contano, e usare quella solidità per andare nel mondo. Il mondo resta un'opportunità enorme, anche per i piccoli. La prossimità non è un ripiego difensivo: è la base da cui si parte.
Chi guida la filiera?

Resta però la domanda scomoda: se la filiera corta funziona, chi la guida? Il professor Federico Visconti, professore ordinario di economia aziendale e presidente della Fondazione comunitaria del Varesotto, l'ha detto senza girarci intorno: in una filiera ci vuole qualcuno sopra. Un capofila. Non basta che in cima ci sia una grande impresa committente, serve qualcuno che tenga insieme il disegno. Davide Ielmini l'ha resa con un'immagine efficace: le imprese del territorio sono già un gruppo di testa, con il velocista, lo scalatore, il passista; sanno darsi il cambio, sanno tirare a turno. Ma il traguardo, per ora, lo tagliano da sole.
È lo scarto tra avere una filiera e averne una coordinata. Le aziende del Varesotto lavorano già insieme, si passano commesse, si conoscono. Quello che manca è la regia: qualcuno che, di volta in volta, tiri il gruppo. Una imprenditrice, dalla platea, l'ha detto in un altro modo: la si dovrebbe guardare come una grande azienda virtuale, con una sua specificità. L'etichetta «rete d'impresa», da sola, non basta a farla funzionare. La domanda vera non è se conviene stare insieme — su quello ci siamo — ma decidere cosa vogliamo che questo insieme diventi.
Da fornitore a partner (e a volte a cliente)

Che cosa succede, in concreto, quando la filiera corta funziona lo hanno raccontato tre imprenditori. Mauro D'Oronzo, responsabile dei sistemi di gestione di R&M Italia, ha spiegato che tenere i fornitori a raggio corto è stata fin dall'inizio una scelta di struttura, non di comodo: e da quel rapporto stretto sono nate collaborazioni tali che alcuni fornitori sono diventati clienti. È il ribaltamento dei ruoli che la prossimità rende possibile: chi ti riforniva oggi ti compra. Simone Pasqualotto, fondatore e amministratore di Setecs Engineering, che costruisce macchine automatiche, l'ha detto in una riga: la puntualità vale più del prezzo. Chi lavora su misura non può permettersi un pezzo che arriva in ritardo.
Fabrizio Severgnini, titolare della Meccanica Besnatese, ha messo il dito sul punto più delicato: la fiducia. Il chilometro zero serve perché accorcia i tempi e le relazioni, ma la fiducia lunga — quella che regge negli anni — sta in piedi solo se poggia su qualcosa di scritto, un contratto, un impegno che esiste davvero. La sua idea è quella di imprese snelle che, unendo le forze, arrivano dove da sole non arriverebbero. E paga: al cliente arriva il prodotto finito, mentre la burocrazia e i grattacapi li ha già risolti la filiera. Lui non ci ha pensato: ha in mano il pezzo, finito.
È qui la trasformazione che Ielmini ha sintetizzato bene: la fornitura diventa collaborazione, il prezzo diventa valore, la distanza diventa coordinazione. Niente di retorico. C'è adattamento, c'è evoluzione, c'è un lavoro quotidiano che sembra facile solo perché chi lo fa lo racconta con naturalezza.

Un'annotazione a margine, che sfiora un altro tema: Visconti ha ricordato che il legame tra scuola tecnica e impresa si è slabbrato, e che i ragazzi guardano alle grandi aziende più che alle piccole. Non basta regalare un tornio a un istituto, ci vuole un progetto.
La serata non voleva convincere nessuno che la filiera corta sia la soluzione. Voleva aprire domande, e mettere in fila alcune risposte: capire quando la filiera corta funziona, quando è sostenibile, quando è davvero la scelta migliore e quando non lo è. Un confronto senza pregiudizi, con l'obiettivo di lasciare a chi fa impresa qualche elemento concreto su cui ragionare. Perché le imprese hanno bisogno di strumenti per essere più forti.