Formazione per sempre: il “saper fare” in azienda oggi non basta più

Oggi, come mai era accaduto prima, camminano velocemente non solo le tecnologie ma anche l’organizzazione aziendale e i rapporti con fornitori e clienti: servono nuove competenze

Formazione permanente

Una volta si imparava il mestiere e quello rimaneva per anni, se non per tutta la vita. Valeva nelle grandi aziende, ma anche nelle piccole. Oggi è ancora così? No. Nel vortice dei cambiamenti, chiaramente non poteva essere escluso il lavoro. Men che meno quello svolto nelle piccole e medie imprese: «Oggi – dice Luca Solari, professore di Organizzazione aziendale all’università di Milano e presidente della Fondazione Unimi – ci sono due processi con cui le Pmi si devono confrontarsi per quanto riguarda il tema della formazione. Il primo riguarda l’evoluzione delle tecnologie non solo di produzione, ma anche di coordinamento interno come lo smart working o di rapporto con fornitori e clienti. E non necessariamente chi ha le competenze sul prodotto, come l’imprenditore di una piccola realtà, può avere lo stesso livello di conoscenza in ambiti così diversi e nuovi. E quindi, per esempio, servono riferimenti anche esterni che possono aiutare a compiere scelte giuste per il business».

Il secondo tema, «è che la natura dei processi di produzione è in continua evoluzione: emergono sempre più macchinari nuovi rispetto al passato e con capacità diverse, come quei processi che da un sistema esclusivamente meccanico toccano anche l’informatica o il design, per cui servono lavoratori con sempre più competenze diversificate».

ALTA SPECIALIZZAZIONE

Formazione permanente

Insomma, la maggior parte dei collaboratori delle imprese è ormai altamente specializzato. Merito (o colpa, a seconda di come la si pensi) della specializzazione, a sua volta, del mercato: «Le Pmi – aggiunge Solari - non rappresentano più un mondo a sé e non producono più un singolo prodotto. Anzi, c’è sempre più un’interconnessione fortissima con catene, filiere e sistemi di sub fornitura complessi, che richiedono a loro volta alti livelli di conoscenza. Di più: ormai viene chiesta una certificazione formale delle varie specializzazioni, altrimenti si rischia di perdere il cliente. Anni fa questa condizione aveva toccato l’automotive e la meccanica, ma ora si sta estendendo ad altri settori, compreso il tessile».

La formazione, quindi, diventa un fattore cruciale. Eppure, da anni, si lamenta l’assenza di personale e lavoratori davvero skillati: «Purtroppo – sottolinea ancora il docente dell’ateneo milanese - non viene svolta ancora in maniera diffusa una formazione professionale adeguata, con poche eccezioni incarnate in alcuni Its di successo. Si tratta però di casi isolati e non di un modello di sistema. A proposito di sistema, quello scolastico forma persone che non sono collegate al processo di lavoro, perché spesso vengono insegnate tecnologie vecchie, oppure perché vanno bene per la grande impresa e non per le Pmi. E anche l’università ha scelto di andare solo verso una versione universalista del mestiere, comprese le facoltà tecniche, come ingegneria, che punta troppo in alto per creare giovani ideali per le piccole aziende italiane».

Eppure un barlume di speranza c’è: «Esperienze come la motor valley o i voucher formativi in Lombardia stanno funzionando. Ma, per svoltare, serve lavorare su una presenza reale, e non solo di facciata, delle imprese nella governance del settore dell’istruzione».