Giovani e piccole imprese: il lavoro torna attrattivo quando diventa spazio di crescita

Giovani e piccole imprese si incontrano a Materia: fiducia, obiettivi, formazione pratica e qualità del lavoro oggi diventano leve per trattenere competenze e costruire futuro nei territori

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Martedì 19 maggio 2026, a Materia Spazio Libero di Castronno, si è aperto il ciclo “Il valore del vicino: filiere e prossimità territoriale delle imprese” con il primo incontro dedicato a “Giovani e territorio: l’attrattività della piccola impresa”. Un percorso presentato da ImpreseTerritorio e Materia per interrogare il presente delle imprese, il futuro del lavoro e il legame tra territori, persone e competenze. Dopo questa prima serata, il viaggio continuerà giovedì 16 luglio alle 18.30 con “Filiere corte: la risposta alla deglobalizzazione”; giovedì 24 settembre alle 17.30 con “L’atmosfera e l’algoritmo: IA e prossimità delle Mpmi”; giovedì 29 ottobre alle 17.30 con “Le filiere invisibili: chi produce cosa, per chi”; e giovedì 10 dicembre alle 17.30 con “Il valore del vicino”, evento conclusivo con report finale. Il punto di partenza è semplice e decisivo: il vicino non è il contrario del globale, ma ciò che può restituire volto umano, relazioni e futuro all’economia.


C’è una parola che ha attraversato tutta la serata: spazio. Spazio per imparare, per sbagliare, per fare domande, per mettere le mani in pasta. Spazio per portare in azienda non solo competenze, ma anche esperienze, ambizioni, umanità. È da qui che bisogna ripartire se vogliamo parlare davvero del rapporto tra giovani e piccole imprese, senza rifugiarci nei giudizi facili.

«Le industrie non riuscirebbero a esistere se non ci fosse una filiera di piccoli imprenditori». Paolo Rolandi, presidente di Confartigianato Imprese Varese, ha aperto così il primo appuntamento del ciclo “Il valore del vicino”, riportando subito la serata al punto essenziale: la piccola impresa non è un pezzo laterale dell’economia, ma una delle sue strutture portanti. Dentro le Pmi vivono competenze, forniture, mestieri e relazioni senza le quali il territorio perderebbe forza e futuro.

Da qui nasce la domanda più scomoda. Rolandi l’ha formulata con chiarezza: «Spesso e volentieri si dice che i giovani di oggi non hanno voglia». Ma fermarsi lì sarebbe troppo facile. La vera questione è un’altra: «Le nostre aziende sono adatte ad accogliere i giovani d’oggi?». È una domanda che chiede alle imprese di capire se stanno offrendo davvero “significato, crescita” e possibilità di sviluppare ambizioni anche dentro realtà piccole, familiari, vicine.

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Perché i giovani, più che promesse generiche, chiedono spazio. Husnain Mukhtar, studente dell'Its Incom, lo ha detto senza giri di parole: «Noi giovani cerchiamo un posto dove crescere e dove possiamo portare esperienze e la nostra umanità». Cerca «un posto che scommetta su di me», un contesto in cui «mettere le mani in pasta» e «poter dire la mia». Non pretende un’azienda senza regole, ma un team «disposto ad accogliere un ragazzo giovane che ha qualcosa da dire», anche quando quella voce può sembrare inesperta.

La sua storia racconta il valore della formazione tecnica quando incontra la vita reale: prima il lavoro da tornitore, poi il desiderio di aumentare il proprio bagaglio culturale, quindi la scelta dell’ITS Incom per mischiare teoria e pratica, laboratori, stage e applicazione concreta. Un giovane cresce quando può misurarsi con un compito vero e quando l’errore non diventa una condanna ma un passaggio dell’apprendimento.

Lo stesso filo torna nelle parole di Matteo Bielli, diplomato Its Incom: «Gli Its hanno tassi di assunzione pazzeschi ma se ne parla veramente poco». «Con gli ITS io ho subito trovato un lavoro: appena terminati gli esami sono stato assunto», ha raccontato. Il punto, però, non è solo occupazionale. «Negli ITS non vieni formato seguendo un libro, ma ti viene insegnato un metodo e un approccio a quello che cambia». Davanti a un problema, il metodo è guardare da un punto di vista diverso, provare, non avere paura di sbagliare. Perché «non è un problema sbagliare»: sbagliare permette di imparare.

Anche nei colloqui, questa reciprocità va detta meglio. Husnain ha ricordato che è importante mettere in chiaro cosa vuole fare e cosa il datore di lavoro si aspetta da lui: «Non è solo che investono su di me, ma anche io in loro». Matteo ha aggiunto: «Cerco di essere sempre me stesso, non voglio fingere di essere quello che non sono». L’avvocato Giampiero Falasca, autore per Il Sole 24 Ore del volume "Sfaticati", ha sintetizzato il punto: «Il curriculum principale è l’empatia». Le competenze contano, ma se manca la capacità di ascoltarsi, l’incontro tra giovane e impresa resta fragile.

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La parola più rischiosa della serata è stata “sfaticati”. Falasca l’ha ricondotta alla responsabilità degli adulti: spesso diciamo «questi ragazzi non hanno voglia di fare niente» perché chiedono smart working, orari, equilibrio. Ma «vorremmo che gli occhiali con i quali siamo cresciuti fossero gli stessi dei giovani», e questo è sbagliato. I ragazzi abitano un mercato del lavoro diverso, aspettative diverse, un tempo in cui il lavoro deve dare senso, non solo stipendio.

Falasca ha ricordato anche il nodo della formazione. La scuola rischia di diventare un “corpaccione” che ingloba tutto, come se tutti dovessero fare le stesse cose, senza adattarsi abbastanza alle vocazioni di ciascuno. E intanto il mercato del lavoro italiano conta 24 milioni di occupati, ma anche 3 milioni di persone in lavori malpagati o irregolari. Se molte aziende non trovano persone, il problema non può essere liquidato con una battuta generazionale: c’è un sistema che orienta poco, prepara in modo diseguale, racconta troppo poco le opportunità tecniche e professionali.

Per questo, ha detto Falasca, «tocca a noi spendere qualche parola in più per loro». E per questo «ci vuole più artigianato»: non nostalgia, ma capacità di unire sapere, concretezza, relazione e innovazione. Nella provincia di Varese le piccole imprese sono un sistema resiliente, capace di sperimentare. Devono però mostrarsi per ciò che possono essere: luoghi dove il lavoro ha ancora un senso vicino alle persone. Ai ragazzi, il messaggio è netto: non fatevi dare degli sfaticati, non indugiate nell’autocompiacimento, ma non abbiate paura.

Alberto Affetti, titolare della Affetti Pumps di Castellanza, ha portato il confronto sulla responsabilità reciproca: «I giovani non sono sfaticati ma hanno bisogno di obiettivi». Gli stimoli contano, e quando non arrivano vanno anche cercati. La sua generazione, ha ricordato, è stata fortunata: il dopoguerra ha portato prosperità, meno guerre, mercati più aperti. Oggi lo scenario è più duro: guerre, mercati saturi, incertezze. Per questo servono umiltà e prospettiva. Ai ragazzi serve l’umiltà di costruire, non solo di chiedere. Ma l’umiltà deve essere anche dell’imprenditore: quando ha davanti un giovane, deve lasciarlo libero di dimostrare quello che sa.

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Daniele Pierobon, seconda generazione della Alba Srl di Arcisate, ha aggiunto un altro pezzo di verità: «I soldi servono, soprattutto ai ragazzi». Ma non bastano più a rendere un lavoro attrattivo. «Fuori dall’attività lavorativa noi giovani abbiamo una vita», ha detto, portando l’esempio del fratello trasferito in Danimarca, dove lavora quattro giorni a settimana e ha ritrovato un tempo che in Italia non aveva. Non è rifiuto dell’impegno: è richiesta di non rendere il lavoro pervasivo, di non farlo diventare l’unico centro dell’esistenza. Le imprese che vogliono attrarre giovani devono misurarsi anche con organizzazione, ritmi, benessere e qualità delle relazioni.

Pierobon ha indicato anche una frattura educativa concreta: «Oggi nella scuola c’è grande cultura ma poca praticità». I ragazzi possono essere molto preparati e, nello stesso tempo, non sapere leggere una bolletta o una busta paga. Per questo servono esperienze fuori, luoghi in cui «imparare a essere gli ultimi», portando poi in azienda non solo competenze ma forma mentis e capacità di stare nella realtà. È un passaggio prezioso anche per le seconde generazioni di imprenditori: uscire, misurarsi, imparare da altri contesti, poi tornare e provare a migliorare l’impresa di famiglia.

Antonio Belloni, responsabile del Centro Studi Imprese Territorio di Confartigianato Varese, nelle conclusioni, ha allargato lo sguardo alla competitività del territorio e alla perdita di densità imprenditoriale. Il problema non è solo salariale: riguarda la capacità di trattenere competenze, giovani e professionalità, soprattutto in un tempo segnato dalla crisi demografica. Se entrano meno persone nel mercato del lavoro, ogni talento perso pesa di più. Se un territorio non riesce a far restare i suoi giovani, perde energia, mestieri, filiere, possibilità di futuro.

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Belloni ha richiamato anche l’esempio della nuova 500, pensata e realizzata da un gruppo di giovani in 18 mesi. Marchionne, ricordava, aveva colto proprio questo punto: se qualcuno avesse detto loro che non ci avrebbe creduto, forse non l’avrebbero fatto. Vale anche per le piccole imprese. Dare fiducia non significa rinunciare alla guida, ma creare le condizioni perché i giovani possano tentare, sbagliare, correggere e sorprendere.

Ecco perché la piccola impresa non va raccontata come un ripiego. Può essere un luogo di innovazione diffusa, sperimentazione, crescita rapida, relazione diretta. Ma deve dimostrarlo con i fatti: obiettivi chiari, fiducia, contratti corretti, ascolto, formazione, responsabilità graduali. Ai giovani, allo stesso tempo, si chiede curiosità, serietà, disponibilità, voglia di imparare e di dare prima ancora di pretendere.

Forse il valore del vicino sta qui: ricucire distanze che sembravano inevitabili. Tra generazioni. Tra scuola e impresa. Tra aspirazioni personali e bisogni produttivi. Tra territorio e mondo. Se le piccole imprese sapranno offrire spazio per crescere e anche per sbagliare, e se i giovani sapranno abitarlo con umiltà e coraggio, il lavoro potrà tornare a essere non solo un contratto, ma un luogo in cui costruire futuro insieme.