Il Governo e le Pmi: aiutare le “piccole” per aiutare il Paese

L’economista Gustavo Piga non ha dubbi: «Dal 2010 ogni Stato deve impegnarsi cercando di rendere la vita delle piccole e medie imprese molto meno dura. Questo dice lo Small business Act, rimasto in gran parte sulla carta»

 

Pmi Piga

Ora è tempo che sia lo Stato a fare qualcosa per le piccole medie imprese, più che il contrario. L’Italia finora ha dato pochissimo a una categoria, quella delle Pmi, stanca di chiedere. «Non lo dico certo soltanto io – chiarisce Gustavo Piga, economista, docente di economia politica all’università di Roma “Tor Vergata” – ma l’Unione Europea. Dal 2010 almeno, su modello americano, ogni singolo Stato deve impegnarsi cercando di rendere la vita delle piccole e medie imprese molto meno dura. Questo dice lo Small business Act, rimasto in gran parte sulla carta». Tutti lo sanno: sono le Pmi a trainare l’economia italiana, e a celare spesso le eccellenze di settore. Ma nella politica è come se circolasse il concetto che “piccolo è brutto”.

L’Italia, soprattutto, è indietro. Facendo un paragone con l’atletica, è come se gli juniores gareggiassero contro gli adulti. Chi vincerà? Gli adulti, sempre. E gli juniores, in questo caso, sono le Pmi. «Nel tempo – prosegue Piga – non ci sono stati miglioramenti di sorta. Negli appalti pubblici, nel nostro Paese, prosegue la discriminazione per i piccoli, stimata intorno al 40 per cento».

DRAGHI CAMBIERÀ IL CORSO?

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Ci sono gli strumenti per invertire la tendenza? Certo, ma bisognerebbe applicarli. Lo Statuto delle imprese, legge del novembre 2011, approvato all’unanimità (governo Berlusconi) prevedeva che ogni anno, entro il 30 giugno, venisse presentato un disegno di legge apposito per aiutare le imprese. Non è mai stato fatto da nessun Governo, nonostante sia un obbligo di legge. Come se tutti i premier e i ministri se ne fossero dimenticati.

«Spero – aggiunge il professor Piga – che il governo Draghi entro il 30 giugno 2022 presenti il disegno di legge. Sarebbe il primo a farlo. Non solo: nel 2016 il parlamento ha abrogato il riferimento alla protezione delle piccole e medie imprese negli appalti».

Negli Stati Uniti, Paese notoriamente liberista, avviene il contrario. Le Pmi sono estremamente più protette, negli appalti e nella regolazione. Le norme vogliono, ad esempio, che il 23 per cento degli appalti pubblici sia interdetto alle grandi imprese. Niente del genere è previsto in Europa nonostante il principio americano sia giusto: «Aiutare a proteggere le piccole imprese può renderle grandi un giorno, a beneficio di tutti». Secondo Piga anche in Italia bisognerebbe, almeno nelle gare d’appalto del “sottosoglia”, quelle piccole, interdire le superpotenze. Quale atleta juniores riuscirebbe a vincere una gara di corsa contro Usain Bolt? È evidente che facciamo gare juniores proprio per far crescere virtuosamente i più piccoli.

TRENT'ANNI DI TRANSIZIONE

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C’è un libro a firma Gustavo Piga intitolato “L’interregno - Una terza via per l'Italia e l'Europa” edito da Hoepli. Ripercorre da economista, ma con sguardo interdisciplinare, non solo questo primo ventennio dell’euro, ma anche i primi decenni – secoli addietro – di un’altra unione monetaria che è riuscita a sopravvivere e, a suo modo, ad affermarsi: quella degli Stati Uniti d’America. Le lezioni che si traggono da queste due storie portano a individuare una terza via per la sopravvivenza pacifica e lo sviluppo armonioso del nostro Paese e dell’Unione europea. Una via che non è né quella dell’abbandono dell’euro, né quella degli Stati Uniti d’Europa ora e subito. Una via forse più complessa, che richiede una politica (italiana ed europea) più coraggiosa e meno populista, più keynesiana e meno liberista, più locale e meno globale, capace di seminare oggi al fine di vedere crescere domani la pianta di un’Europa più solidale attraverso una reale cooperazione tra le future generazioni.

Parafrasando Gramsci, come scrive Mauro Marè sul quotidiano Il Sole 24 Ore, Piga sostiene che «ci troviamo in un "interregno" tra un vecchio e un nuovo equilibrio ed è incerto quanto esso possa durare: “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, e in queste fasi si accrescono i rischi e come la storia insegna possono prodursi catastrofi. Purtroppo, l'Italia è da più di 30 anni "in transizione". La pandemia nella sua tragicità ha prodotto una nuova chance per l'Ue e per il nostro Paese: è un'occasione irripetibile. Se la sprechiamo, l'Europa che auspichiamo potrebbe non esser più raggiungibile, con conseguenze drammatiche anche per l'Italia».