L’atmosfera e l’algoritmo: perché la partita dell’IA si gioca nelle filiere, non nei laboratori
A colloquio con Mauro Colombo, direttore di Confartigianato Varese e Ceo di Artser. Il Centro Studi Imprese Territorio, di cui Colombo ha fortemente voluto e attivamente presidiato il lavoro di ricerca, ha pubblicato il Quaderno «L’atmosfera e l’algoritmo. Intelligenza artificiale, filiere corte e distretti industriali: una lettura dal territorio»
Marshall e l’algoritmo nello stesso titolo. Perché?
Perché il dibattito sull’intelligenza artificiale, così come viene condotto, non parla delle imprese che rappresentiamo. Parla di grandi corporation, di startup, di un mercato del lavoro fluido che non è il nostro. Ho chiesto al Centro Studi di lavorare su questo tema perché serviva un’analisi che partisse dal territorio, dalla filiera, dall’impresa artigiana e industriale che opera in prossimità. L’atmosfera industriale di Marshall non è una metafora nostalgica: è la descrizione di un meccanismo economico reale. Un sapere che circola tra imprese vicine, che si trasmette per osmosi, che nessuno possiede per intero ma di cui tutti beneficiano. Nei distretti italiani questo meccanismo funziona ancora. La domanda che abbiamo posto è: cosa succede quando qualcuno — una piattaforma, un algoritmo — impara a codificare quel sapere? Non è la fine di un’epoca romantica: è un trasferimento di potere economico. L’accostamento dei due termini è il modo più onesto che abbiamo trovato per dire che siamo davanti a una scelta, non a un destino.
Il documento poggia su un’idea di filiera corta che non coincide con quella del senso comune. «Corta» non è una misura di distanza.
No, ed è il punto su cui il nostro lavoro è stato volutamente netto. Una filiera è corta quando tra i suoi nodi ci sono poche mediazioni, molta informazione diretta, relazioni che si ripetono nel tempo e che per questo accumulano fiducia. Si misura nella durata media delle relazioni commerciali, nella quota di accordi informali che reggono senza bisogno di contratti ridefiniti a ogni ordine, nel numero di fornitori con cui si ha un rapporto diretto e non intermediato. La distanza fisica è irrilevante, o quasi. Un grande committente che compra da subfornitori locali attraverso piattaforme di aste al ribasso sta operando in una filiera lunghissima, in senso relazionale. Sono tutti nello stesso distretto, a pochi chilometri l’uno dall’altro, eppure non c’è relazione: c’è una transazione anonima mediata da un algoritmo di prezzo. Viceversa, un’impresa che lavora con un fornitore straniero da vent’anni, che conosce i processi dell’altro come i propri, che si telefona quando c’è un problema prima ancora di aprire un ticket — quella è una filiera corta. Il confine non è geografico: è relazionale. Questa distinzione non è accademica. Cambia come si valuta una filiera, come la si costruisce, come la si difende. E soprattutto cambia come si valuta l’impatto dell’IA: il rischio non dipende da dove sei, dipende dalla qualità e dalla profondità delle relazioni che hai costruito. Un’impresa con relazioni dense e di lungo periodo è meno vulnerabile all’estrazione cognitiva di una che opera nello stesso capannone accanto ma con relazioni superficiali e intercambiabili. Ecco perché abbiamo messo questo concetto alla base di tutto: senza capire cosa rende una filiera «corta», non si capisce cosa l’IA può toglierle.
Il Quaderno sposta il fuoco dalla sostituzione del lavoro all’estrazione del valore cognitivo. È una distinzione che cambia tutto il quadro.
Cambia tutto, sì. Il meccanismo è più sottile della sostituzione e per questo più pericoloso. Un’officina meccanica adotta un marketplace con preventivazione IA per acquisire commesse. Guadagna efficienza, riduce i tempi, trova nuovi clienti. Ma intanto, transazione dopo transazione, la piattaforma impara: le tolleranze effettive dell’officina, i tempi reali, l’affidabilità su ogni tipo di lavorazione. Dopo due anni, la piattaforma sa abbastanza da dirottare le commesse semplici verso concorrenti più economici e tenere l’officina solo dove non ha alternative — a margini compressi. L’impresa ha guadagnato efficienza a breve e ceduto potere contrattuale a medio termine. È lo stesso schema che abbiamo visto nel commercio, nel trasporto, nell’ospitalità. Ora arriva nella manifattura. E ho voluto che il Centro Studi lo documentasse con rigore, perché è un tema che nel dibattito italiano semplicemente non esiste.
La scomposizione in tre strati cognitivi — tecnico, relazionale, generativo — ha un’implicazione operativa diretta, o è soprattutto un’architettura analitica?
Ha un’implicazione operativa precisa: non tutto quello che un imprenditore sa è ugualmente a rischio. Il primo strato è la conoscenza tecnica specializzata: come si lavora un materiale, quali parametri funzionano, come si risolve un problema di qualità. Questo strato è in larga misura codificabile, e le piattaforme lo stanno già codificando. Il secondo strato è la conoscenza relazionale: chi sa fare cosa, chi è affidabile, quali combinazioni di fornitori funzionano per una commessa complessa. È la mappa tacita della rete, e anche questa sta diventando estraibile. Il terzo strato è la conoscenza generativa: la capacità di innovare attraverso la ricombinazione non pianificata di competenze. L’idea che nasce dalla conversazione tra il tornitore e il progettista, dalla visita del committente che porta un problema nuovo. Questa dipende dalla fiducia interpersonale, dalla serendipità, dalla compresenza fisica. L’IA può simulare ricombinazioni, ma non può ancora replicare il processo sociale da cui nascono. Un imprenditore che capisce a quale strato appartiene il proprio vantaggio competitivo può fare scelte più informate su cosa proteggere, cosa condividere e dove investire.
C’è un paradosso che attraversa il documento: le imprese stanno alimentando il processo che le indebolisce, in buona fede e con buone ragioni. Non è una posizione che rischia di suonare luddista?
No, e ci tengo a essere chiaro su questo. Non stiamo dicendo che le imprese non devono adottare l’IA. Il software di preventivazione funziona, la piattaforma di supply chain ottimizza le commesse, il sistema di gestione ordini migliora l’efficienza. Il problema non è lo strumento: è chi possiede la conoscenza che lo strumento genera. Ogni dato immesso migliora la piattaforma e riduce il vantaggio differenziale dell’impresa locale. Non serve sapere cos’è un large language model per essere esposti alla codificazione del proprio sapere. Basta usare un software che impara. La questione non è se adottare l’IA, ma a quali condizioni. È la differenza tra usare uno strumento e farsi usare da uno strumento. Ho voluto che il Centro Studi fosse netto su questo punto, perché la tentazione di un’associazione di categoria è sempre quella di rassicurare. Ma rassicurare senza informare è il contrario di quello che dobbiamo fare.
Però i vostri stessi dati dicono che il 77% delle Pmi manifatturiere considera l’IA troppo complessa, solo il 10% scala oltre il proof of concept. Le barriere sono enormi: costi, competenze, inerzia istituzionale. Non si rischia di descrivere una minaccia che nella pratica è ancora frenata da resistenze molto concrete?
Questa è esattamente l’obiezione più pericolosa, perché contiene una parte di verità che porta a una conclusione sbagliata. Le resistenze sono reali. Sono strutturali, non episodiche. I costi di implementazione, la carenza di competenze specialistiche, la difficoltà di passare dal prototipo alla soluzione industrializzabile, la riluttanza delle imprese a condividere informazioni con i concorrenti, l’inerzia delle istituzioni: tutto questo rallenta la penetrazione dell’IA nelle filiere e nei distretti. È un fatto. Ma il rallentamento non è un blocco. È una finestra temporale. E le finestre temporali si chiudono. Guardiamo il processo dall’altro lato. Le piattaforme di estrazione non aspettano che le PMI siano pronte: avanzano a ogni transazione, a ogni dato che viene immesso. Xometry, Alibaba con AI Mode, i marketplace B2B con motori IA — questi sistemi sono operativi oggi, migliorano ad ogni ciclo, e non hanno nessuno dei vincoli strutturali che frenano il distretto. L’impresa che oggi non riesce ad adottare l’IA la sta comunque alimentando ogni volta che usa una piattaforma esterna per acquisire commesse o gestire fornitori. Non serve adottare l’IA per esserne investiti. C’è poi un meccanismo specifico che nel Quaderno chiamiamo chiusura dei gap: le lacune dell’IA vengono colmate ad ogni ciclo di addestramento. Molte PMI sopravvivono oggi perché occupano nicchie che l’IA non sa ancora servire — personalizzazione estrema, lotti piccoli, problemi tecnici che richiedono improvvisazione. Ma se questi gap si chiudono rapidamente, le nicchie si restringono. L’impresa che oggi ha un vantaggio perché l’IA non riesce ancora a fare una certa cosa scoprirà, tra sei mesi o un anno, che l’IA ha imparato. Rifugiarsi nelle nicchie della complessità funziona come guadagno di tempo, non come soluzione. Quindi sì: l’impatto non è domani mattina. Ma non è nemmeno un’ipotesi teorica da convegno. È un processo in corso, con una traiettoria chiara e un’accelerazione documentabile. Le resistenze ci danno tempo per prepararci, non per non fare niente. Ed è esattamente per questo che ho voluto questo lavoro adesso, non tra tre anni: perché tra tre anni la finestra potrebbe essere già molto più stretta.
«Sovranità economica» è un’espressione impegnativa per il rapporto tra un’officina e una piattaforma.
Eppure credo sia la parola giusta. La capacità di decidere cosa produrre, come produrlo e per chi: questo è il nucleo dell’autonomia imprenditoriale. Quando questa capacità si sposta da una rete di imprenditori locali a un algoritmo governato da una corporation che opera su logiche e scale radicalmente diverse, non stiamo parlando di un aggiornamento tecnologico. Stiamo parlando di chi comanda. Le piattaforme non distruggono la filiera: la svuotano. Le imprese restano fisicamente nel territorio, ma il valore cognitivo — sapere chi connettere con chi, quale capacità è disponibile, dove c’è un’opportunità — migra verso la piattaforma. La filiera diventa un fornitore commoditizzato di capacità produttiva, orchestrato dall’esterno. Se questo non è un problema di sovranità, non so cosa lo sia.
Dei tre scenari, quello che ritenete più probabile — l’ibridazione asimmetrica — è anche il meno rassicurante. Una filiera che sopravvive ma si restringe, si polarizza, perde densità.
Sì, è lo scenario più scomodo perché è quello che non puoi né celebrare né demonizzare. La filiera sopravvive ma cambia natura. Diventa più piccola: meno imprese, più produttive. Diventa più disuguale: la distanza tra le imprese leader e le follower aumenta, e le marginali vengono espulse. L’atmosfera industriale si rarefa ma non scompare. Il punto delicato è la ridondanza. Storicamente, la filiera corta funzionava anche perché le imprese meno capaci svolgevano un ruolo nell’ecosistema: assorbivano i picchi di domanda, fungevano da entry point per nuovi imprenditori, mantenevano un tessuto produttivo denso che alimentava l’atmosfera. La ridondanza funzionale è un meccanismo di resilienza, non un’inefficienza. Se queste imprese vengono eliminate dalla competizione con l’IA, la filiera non diventa semplicemente più piccola: perde densità, e con la densità perde l’atmosfera. È la differenza tra potare un albero e tagliare le radici.
Il Varesotto ha una complicazione in più: il drenaggio verso la Svizzera. L’IA si sovrappone a una fragilità che c’era già.
Esattamente. Nel Varesotto oltre novantamila lavoratori attraversano ogni giorno la frontiera per differenziali salariali che raggiungono il 50-70%. Il distretto subisce già una desertificazione produttiva per questa competizione asimmetrica sulle retribuzioni. L’IA accelera la dinamica: se le competenze tecniche del primo strato diventano codificabili, il vantaggio competitivo dell’impresa locale si riduce ulteriormente, e il drenaggio di competenze si aggrava. La filiera corta perde nodi, la densità relazionale cala, e il meccanismo di apprendimento collettivo si interrompe. Non è un caso che il Centro Studi abbia scelto questo territorio come punto di osservazione: è il territorio che presidio come Direttore, è il territorio dove le tensioni sono già visibili, non proiezioni teoriche. Ho voluto che l’analisi partisse da qui proprio perché qui le dinamiche sono già in atto.
Piattaforme cognitive di filiera contro Xometry e Alibaba con un decennio di vantaggio e miliardi di capitale. La sproporzione è evidente.
La dissimmetria è reale e va riconosciuta con chiarezza: le piattaforme di estrazione sono operative oggi, con modelli di business collaudati. Le infrastrutture di governance collettiva — Manufacturing-X, Catena-X, i data space europei — sono in costruzione, con finanziamenti significativi ma ancora frammentari. Però ci sono due cose da considerare. La prima: non è una gara sulla stessa pista. Le piattaforme centralizzate ottimizzano l’efficienza; le infrastrutture di filiera preservano la sovranità cognitiva. Sono obiettivi diversi, e chi opera nella manifattura di qualità ha ragioni economiche concrete per preferire il secondo. La seconda: non partiamo da zero. Il modello organizzativo dei centri servizi di distretto esiste già, le istituzioni intermedie esistono già, la cultura della cooperazione tra imprese concorrenti esiste già. Quello che serve è una dotazione tecnologica radicalmente superiore e una visione politica che non tratti l’IA come un problema di innovazione individuale ma come una questione di infrastruttura collettiva. Come Direttore di Confartigianato Varese, questo è esattamente il tipo di lavoro che stiamo cercando di fare: costruire le condizioni perché le imprese possano governare la transizione, non subirla.
Un Direttore di associazione di categoria che commissiona un documento il quale dice agli imprenditori: state cedendo il vostro vantaggio senza rendervene conto. Non è un messaggio scomodo da portare?
Preferirei un messaggio scomodo adesso che il silenzio tra cinque anni. Ho voluto fortemente questo approfondimento e ho partecipato attivamente alla sua realizzazione, proprio perché sono convinto che il lavoro analitico serio non serva a rassicurare: serve a mettere le persone nelle condizioni di decidere con informazioni adeguate. Le piccole imprese manifatturiere che costruiscono valore attraverso relazioni e conoscenza informale sono una realtà economica seria, non un residuo romantico. Meritano strumenti analitici all’altezza della loro complessità, e qualche domanda scomoda su cosa succederà quando qualcuno deciderà di digitalizzare quella complessità per conto loro. Il prossimo passo è una rilevazione empirica sulle imprese del territorio varesino, per misurare concretamente l’esposizione delle filiere locali a questi meccanismi. Non ci fermiamo all’analisi: andiamo a verificare sul campo. Perché le domande valgono poco senza dati, e i dati valgono poco senza le domande giuste.
CONSULTA IL QUADERNO "L'ATMOSFERA E L'ALGORITMO"
L’atmosfera e l’algoritmo
Aggiornato a febbraio 2026
Intelligenza artificiale, sistemi cognitivi di filiera e sovranità economica nei distretti manifatturieri
Il dibattito sull'intelligenza artificiale è costruito su un modello economico implicito — l'economia delle grandi corporation americane — che non corrisponde alla struttura produttiva della manifattura europea. Atmosfera e algoritmo parte da questa premessa per proporre un'analisi specifica delle filiere corte come sistemi cognitivi articolati in tre strati: la conoscenza tecnica specializzata, già in larga misura codificabile dalle piattaforme Ia; la conoscenza relazionale — chi sa fare cosa, con quale affidabilità effettiva — che marketplace come Xometry e Alibaba stanno acquisendo attraverso l'accumulo sistematico di dati transazionali; e la conoscenza generativa, quella capacità di produrre innovazione incrementale attraverso la ricombinazione non pianificata di competenze che dipende dalla fiducia interpersonale e dalla serendipità, e che nessun algoritmo sa ancora replicare.
Il rischio strutturale che la ricerca nomina con precisione non è la sostituzione del lavoro: è l'estrazione del valore cognitivo. Le piattaforme non distruggono la filiera, la svuotano. Le imprese restano fisicamente nel territorio ma perdono la sovranità sul processo produttivo. Il paradosso è che le imprese alimentano questo meccanismo volontariamente: ogni software gestionale adottato trasferisce conoscenza alla piattaforma senza che l'imprenditore ne sia consapevole. Non serve sapere cos'è un Llm per essere esposti alla codificazione del proprio sapere.
Tre gli scenari possibili: dissoluzione, ibridazione asimmetrica — il più probabile nel medio termine — e potenziamento deliberato, perseguibile solo con infrastrutture cognitive condivise, sovranità sui dati industriali e governance collettiva territoriale dell'Ia. La scelta tra queste traiettorie non è tecnica. È politica.
