La ripresa che le piccole imprese non vedono

Nel 2025 il credito è tornato a crescere, ma solo per le aziende medio-grandi, e in provincia di Varese quasi per nessuno. Capire perché le piccole restino indietro cambia la risposta: dipende se non ottengono il credito o se hanno smesso di chiederlo

Centro Studi Imprese Territorio

Dopo tre anni di contrazione il credito alle imprese italiane è tornato a salire: +1,4% nel 2025, +2,2% sui dodici mesi a marzo 2026. È la notizia che ci si aspetta da un anno di tassi in discesa e di investimenti in ripresa. Sotto la media, però, corre una frattura che il numero aggregato nasconde. Il credito alle imprese più piccole (1) ha continuato a ridursi: −4,3% nel 2025, e ancora −4,3% nei dodici mesi a marzo 2026. Nello stesso arco di tempo i prestiti alle medio-grandi sono cresciuti del 2,4 e poi del 3,4%. Per le aziende minori la ripresa, semplicemente, non è arrivata.

Non ottengono il credito o hanno smesso di chiederlo?

Qui si annida l’equivoco che rende la lettura più comune meno utile di quanto sembri. Dire che le piccole imprese «accedono sempre meno al credito» sovrappone due fatti distinti: c’è chi chiede e non ottiene, e c’è chi ha smesso di chiedere. Il calo del 4,3% li contiene entrambi, ma le risposte di policy sono opposte. Le rilevazioni della Banca d’Italia sulla domanda di credito segnalano che la sua riduzione, negli anni della stretta, ha avuto tra le cause l’ampio ricorso all’autofinanziamento. È un dettaglio che rovescia la sequenza intuitiva. Di norma si pensa che la banca chiuda il rubinetto e l’impresa ripieghi sulle proprie risorse; nei dati il nesso corre anche al contrario, perché chi ha liquidità non si presenta allo sportello, e questo da solo fa scendere il credito erogato.

Lo stesso numero racconta dunque due storie, e per le sole piccole imprese i dati aggregati non bastano a dire quanto pesi l’una e quanto l’altra. È la parte che onestamente si ignora, più che si sa. Ma proprio l’anno in corso offre un indizio: nel 2025 la domanda di credito è tornata a salire, trainata dagli investimenti. A chiederlo e a ottenerlo, però, sono state soprattutto le medio-grandi. La forbice non è allora «le piccole non chiedono, le grandi sì»: è che le grandi chiedono per investire e vengono servite, mentre le piccole o non chiedono o chiedono e restano indietro.

Liquidità e rating, due cose diverse

Il discrimine non è semplicemente avere o non avere risorse proprie. Conta la combinazione di due variabili che è facile confondere: la liquidità in cassa e il merito creditizio. Un’impresa può avere cassa e rating basso, e allora investe da sé ma in misura contenuta; un’altra può avere poca cassa e un buon rating, e ottiene credito. La linea di faglia passa di lì. L’espansione del 2025 è stata trainata dalle imprese con il merito più alto, e nel primo trimestre 2026 le condizioni di offerta si sono fatte più rigide proprio per le manifatturiere di piccola e media dimensione. Non è un’anomalia italiana né congiunturale. Nell’aggiornamento di novembre sull’economia della Lombardia la Banca d’Italia rileva che nel primo semestre del 2025 i prestiti sono tornati a crescere per le aziende di medie e grandi dimensioni. Quel che la frase tace, le piccole, conferma la stessa forbice anche nella regione più industrializzata del Paese.

Le porte chiuse del mercato

Per le grandi imprese la banca è un’opzione, non un vincolo. Possono emettere obbligazioni, e nel 2025 il peso di questi titoli sui loro debiti finanziari ha toccato il massimo storico (circa il 17%); possono quotarsi e attrarre capitale di rischio. Alle piccole e medie quei canali restano di fatto preclusi. Il segno più eloquente viene dalla borsa: nel 2025 le nuove quotazioni sono state 21, contro una media di 32 nel quadriennio precedente, tutte sul segmento Euronext Growth Milan dedicato alle PMI; ma nello stesso anno 26 società sono uscite dal mercato, quasi due terzi delle quali proprio da quel segmento. Più uscite che ingressi: per le piccole il mercato azionario non è una porta socchiusa, è una porta girevole che si svuota. Le obbligazioni, dal canto loro, pesano quasi nulla sui loro bilanci, e venture capital e private equity restano sottodimensionati nel confronto europeo. Quando il credito bancario si ritira, l’azienda minore non ha un piano B di mercato. Le restano l’autofinanziamento, che per le imprese a rischio più alto copre meno di un terzo degli investimenti più impegnativi, e la garanzia pubblica.

La stampella e il suo costo

Il Fondo centrale di garanzia ha retto il sistema dopo la pandemia, e a fine 2025 oltre un quinto dei prestiti alle imprese era ancora assistito da garanzie pubbliche; l’espansione del 2020-21 era stata trainata proprio dalle garanzie sulle piccole. È una stampella utile, ma non gratuita. Il divario tra il tasso di deterioramento dei prestiti garantiti e quello degli altri prestiti si è ampliato fino a circa 2 punti percentuali. In altre parole, parte del rischio che le banche non si assumono direttamente è migrata sul bilancio pubblico, e una quota di quei crediti sta peggiorando. Una dipendenza che funziona finché la copertura resta ampia, e che diventa fragile quando si restringe.

Il sospetto: selezione, non crescita

C’è una lettura meno rassicurante di questi numeri, da maneggiare come congettura più che come conclusione. La leva finanziaria delle imprese è scesa ai minimi (29,5%), un segno di solidità. Ma per le microimprese e per quelle con rating peggiore la riduzione è dipesa in misura rilevante dall’uscita dal mercato delle aziende più indebitate: una parte del miglioramento aggregato non è rafforzamento, è selezione. Chi sopravvive prudente, del resto, non sta sempre subendo una paralisi. In un anno di dazi, domanda interna debole e incertezza, trattenere liquidità invece di immobilizzarla in un investimento difficile da disfare è anch’essa una scelta, non solo un ripiego. La cautela razionale e la rinuncia forzata si assomigliano nei bilanci, ma non sono lo stesso stato. Vale una cautela analoga per la dimensione media in aumento, che la Banca d’Italia attribuisce soprattutto all’invecchiamento delle imprese, non a una crescita diffusa. Sullo sfondo agisce poi una struttura di soglie fiscali che scoraggia la crescita: appena sotto i 65.000 euro di ricavi del regime forfettario si addensa il 29% di imprese in più di quante ce ne si aspetterebbe, e oltrepassare quel livello costa quanto un decimo del valore aggiunto. Il sistema, in misura non trascurabile, premia chi resta piccolo.

Varese, dove la forbice si stringe di più

Il territorio rende il quadro più nitido, non più rassicurante. A fine 2025 i prestiti alle imprese e alle famiglie della provincia di Varese erano fermi: +0,07% sui dodici mesi, contro il +0,99% della Lombardia e il +0,49% dell’Italia (elaborazioni della Camera di Commercio di Varese su dati Banca d’Italia, dicembre 2025). In un anno in cui il credito nazionale ha ripreso a salire, Varese è cresciuta meno di un settimo del dato regionale. Il numero è il totale provinciale, non disaggregato per dimensione d’impresa: non misura quindi direttamente la forbice tra piccole e grandi, ma fotografa un territorio in cui la ripresa del credito, semplicemente, non si è vista.

Territorio

Prestiti dic. 2025 (mln €)

Var. % su dic. 2024

Varese

18.419

+0,07

Lombardia

431.989

+0,99

Italia

1.652.173

+0,49

 

Tabella 1. Prestiti a imprese e famiglie (esclusi PCT), variazione tendenziale. Fonte: elaborazioni Camera di Commercio di Varese su dati Banca d’Italia, Base Informativa Pubblica, dicembre 2025.

Il dato varesino, però, non si lascia leggere in un senso solo. Una crescita quasi nulla del credito è compatibile sia con un’offerta che si ritrae, sia con una domanda che non si presenta. È la stessa ambiguità di cui sopra, e per scioglierla servono indizi locali. Ne offre uno la Camera di commercio di una provincia vicina: a Sondrio l’ufficio studi rileva che la bassa crescita del credito non va letta come scarsa disponibilità di prestiti da parte delle banche, quanto come esito della frenata della domanda, in parte per investimenti contenuti, in parte per la capacità di autofinanziamento delle imprese. È un’analisi che riguarda un’altra provincia e va presa per quel che è, ma indica dove cercare: in una manifattura come quella varesina, esposta ai dazi e a una domanda interna debole, è plausibile che una parte rilevante del credito mancante sia credito non richiesto, più che credito negato. Plausibile, non dimostrato: i dati provinciali per dimensione e per causa non sono pubblicamente disponibili a questo dettaglio.

È questo a rendere la distinzione iniziale tutt’altro che accademica, perché porta a due politiche diverse. Se le piccole imprese non ottengono il credito, la leva è la garanzia pubblica, che abbassa il rischio per la banca e riapre il rubinetto; ed è la strada che la stessa Camera di commercio di Varese ha imboccato, col bando per l’abbattimento dei tassi e dei costi di garanzia aperto da ottobre 2025 e chiuso in anticipo a dicembre per esaurimento dei fondi. Se invece le imprese hanno smesso di chiedere, perché preferiscono l’autofinanziamento o perché non vedono ragioni per investire, la garanzia non muove nulla: il nodo è la domanda, e quindi le aspettative, il costo dell’energia, la fiducia nei dazi e nei mercati di sbocco. I dati indicano che il fenomeno è un misto delle due cose, e una diagnosi tutta sul lato dell’offerta lascia scoperta metà del problema. La domanda che il 2025 lascia aperta non riguarda l’anno trascorso, ma cosa accade quando la garanzia si accorcia: il regime transitorio del Fondo centrale è prorogato al 2026, ma i programmi di investimento delle imprese minori sono già orientati al ribasso, e di parecchio. Dopo un 2025 in crescita (+4,9% nella classe 20-49 addetti), i piani per il 2026 segnano una contrazione dell’11,8% in quella stessa fascia, la più ampia tra tutte le classi dimensionali. Se le aziende più piccole programmano di investire meno, chiederanno anche meno credito, e la forbice rischia di allargarsi dal lato della domanda proprio mentre il sostegno pubblico si assottiglia. Resta da capire se sia la coda di un ciclo difficile o una piega più duratura del sistema. Per un territorio manifatturiero ed esportatore come Varese, dove la capacità di vendere all’estero poggia su una fitta base di piccoli fornitori, sapere quale delle due forbici si stia allargando non è una curiosità statistica: decide se la risposta giusta sia più garanzia o più domanda.

Nota su dati e perimetri

I dati nazionali sul credito per dimensione, sulle fonti di finanziamento e sulle soglie fiscali provengono dalla Relazione annuale 2025 della Banca d’Italia (capitolo 6 e riquadri dei capitoli 11-13). Il dato provinciale è il totale dei prestiti a imprese e famiglie, non disaggregato per dimensione d’impresa: fotografa il territorio ma non misura direttamente la forbice tra piccole e grandi. L’indizio sulla composizione domanda/offerta è tratto dall’analisi camerale di una provincia limitrofa (Sondrio) e va considerato come tale. La voce «imprese piccole» delle statistiche creditizie nazionali ha il perimetro indicato in nota; non va confusa con la classificazione dimensionale Eurostat.

Fonti

Banca d’Italia, Economie regionali. L’economia della Lombardia, n. 24, aggiornamento congiunturale, Roma, novembre 2025. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2025/2025-0024/ (consultato il 2 giugno 2026).

Banca d’Italia, Relazione annuale sul 2025, Roma, 29 maggio 2026 (capitolo 6 «Le imprese»; riquadri dei capitoli 11, 12 e 13).

Camera di Commercio di Varese, OsserVa - Osservatorio economico, sezione Credito-Impieghi (elaborazioni su dati Banca d’Italia, Base Informativa Pubblica), dato a dicembre 2025. https://www.osserva-varese.it/credito/impieghi/impieghi-situazione-e-confronto/ (consultato il 2 giugno 2026).

 

(1) Nelle statistiche creditizie di vigilanza la voce «imprese piccole» indica società di persone, società semplici, società di fatto e imprese individuali con meno di 20 addetti: un perimetro che coincide in larga parte con l’artigianato. È diverso dalla classificazione dimensionale Eurostat usata per struttura e finanza d’impresa.