Il Covid è un grande letargo delle energie ma le aziende non possono permetterselo
Lucidissimo come sempre. Chiaro. Tagliente. Giuseppe de Rita, 89 anni, analizza il periodo difficile pensando alle Pmi: «Bisogna avere forza. Esprimere volontà. Dal letargo un’azienda non esce per incanto ma con spirito di intraprendenza»
A spasso per Roma sotto la “cappa” di mesi difficili perché flagellati da pandemia, zone rosse e serrande abbassate. Giuseppe de Rita, 89 anni a luglio, ama passeggiare, e osservare, da emerito rappresentante di una scienza empirica quale è la sociologia. Ciò che nota finisce in un formidabile fondo sul Corriere della Sera dello scorso dal titolo eloquente: “I pericoli che incombono nell’inverno del Covid”.
Secondo De Rita, tra i fondatori del Censis, «l’impressione è che la gente abbia silenziosamente deciso di andare “in letargo”. Perché impegnarsi a esprimere vitalità se gli obiettivi da perseguire non sono chiari e/o dichiarati? Prendiamoci un po’ di riposo e ricarichiamo le nostre batterie come molti animali che ai primi freddi si sottraggono a ogni impegno a breve», scriveva sulle pagine del quotidiano di via Solferino.
LE AZIENDE CHE SI ADDORMENTANO RISCHIANO

Ma quale rischio correrebbero le aziende che decidessero di assumere un simile atteggiamento letargico? «Il letargo è un fatto naturale, riguarda il mondo animale e vegetale. Quasi tutte le piante rinsecchiscono per l’inverno e rifioriscono a primavera: è naturale per una margherita ritrovare il sole di sempre, a marzo. Ma le aziende vivono in una dinamica competitiva e se si addormentano, rischiano. Quest’anno in particolare un’impresa che a ottobre si è tuffata nel letargo corre il pericolo di trovare un mondo molto diverso da quello che ha lasciato», spiega De Rita che risponde volentieri dal suo ufficio romano alle domande sul presente del Paese, osservando un orizzonte trasformato dal virus.
Questo letargo è dunque una tentazione che agli occhi del professore, presidente del Cnel dal 1989 al 2000, può riguardare sia il singolo, sia l’economia. Un’attrazione fatale. Come reagire? «La tentazione c’è sempre, anch’io certe volte ho voglia di dormire e riposarmi - racconta ridendo - Ma bisogna avere forza. Esprimere volontà. Dal letargo un’azienda non esce per incanto ma con spirito di intraprendenza. Le alternative del resto quali sono? Fare i rentier? Ristori e bonus? Non credo siano le strade percorribili per un imprenditore».
MANCA LA CAPACITA' DI FOCALIZZARE I PROBLEMI
Del periodo che stiamo attraversando, esistono analogie col passato? «I periodi storici non sono mai simili l’uno all’altro. In questo frangente molti invocano il ricordo del Dopoguerra, con la sua crescita, la propensione all’innovazione tecnologica e scientifica ma è difficile ritagliare similitudini come se fossimo di fronte a uno scenario cinematografico che cambia: ogni periodo ha sue chimiche e suoi processi mentali collettivi con caratteristiche e meccanismi di composizione sociale che variano. Piuttosto questo frangente mi ricorda, ma solo per sporadici tratti, il periodo di Tangentopoli, quando il mondo delle imprese visse una sorta di nascondimento: tutto era scandalo e fare l’imprenditore sembrava il lavoro del corruttore. Per qualche anno gli imprenditori che erano grandi protagonisti del momento craxiano si misero da parte e in silenzio, in una fase molto stretta di tempo, e si risvegliarono quando entrò in scena Berlusconi. Ma a parte questa considerazione dal sapore storico più che analitico, non mi sembra ci siano grandi agganci per arrivare a identificare assonanze col passato».
A cosa è dovuto questo stato di «trance» attraversato dal Paese? Di chi è la colpa? «A mio avviso non esiste una relazione fra questa situazione e le scelte di Governo. Piuttosto vedo una certa incapacità di focalizzare. Mancano gli abbracci, anche la semplice tazzina di caffè, il gelato, le chiacchiere. Gli amici sempre più lontani. Si pensa solo a una cosa: camminare. E questo mi preoccupa molto. È frutto di una situazione di stallo mentale insostenibile».
Steve Jobs ai ragazzi della Stanford University disse: “Stay Hungry. Stay Foolish”. C’è una frase che le verrebbe in mente, da rivolgere alle imprese nel nostro Paese per superare questo momento? «Sì. A Roma si dice “stare al pezzo”. State su quello che fate nella vostra impresa, sulla lavorazione, sul prodotto. State sul pezzo. Questa deve essere la regola, il modo di attraversare pandemia: essere severi con quello che si faceva prima dell’inizio di questa crisi. Io non ho “pezzi” da fare, lavoro in termini di ricerca immateriale ma da febbraio e marzo in poi ho proseguito sulla mia strada e ho beneficiato di molte soddisfazioni».