“Coronadati”, bene ma non troppo: «Con questi numeri è difficile pensare a un rilancio»

«È difficile pianificare il rilancio dell’economia, soprattutto in chiave territoriale, con i dati attuali sul Covid». Già il titolo del saggio è emblematico, “La pandemia dei dati – Ecco il vaccino”, pubblicato da Mondadori Università nella collana Scienza e filosofia.

In queste pagine Antonietta Mira, docente di statistica all’università della Svizzera italiana e all’università dell’Insubria e Armando Massarenti, caporedattore del Sole 24 Ore, “forniscono un vaccino” contro un’altra pandemia: quella dei numeri, delle proiezioni statistiche, delle tabelle, dei grafici. Infettiva quasi quanto quella del Coronavirus.

Arrivare all’ultima pagina (la lettura è snella, senza tecnicismi) permette di pensare con la propria testa e di avere gli “anticorpi culturali” del pensiero critico. Perché ci sono “statistiche” e “statistiche”, e non sempre è possibile effettuare tutte le analisi numeriche necessarie. «Purtroppo, in una fase emergenziale come questa – aggiunge la professoressa Mira – si raccolgono i dati “osservazionali”. L’esempio classico è quello del tampone fatto soltanto alle persone che hanno sintomi o che sono stati in contatto con positivi. Non possiamo fare diversamente perché non abbiamo tempo e risorse da dedicare ad una raccolta dati più sistematica. Un esempio di campionamento casuale è quello che Istat e l’Istituto Superiore della Sanità, con il supporto della Società Italiana di Statistica hanno fatto quest’estate, il famoso studio sul campione di 150mila persone poi ridotto a 60mila. Ma per il resto le statistiche disponibili non derivano da un campionamento o comunque da un disegno sperimentale. Quando il campione è rappresentativo della popolazione da cui è estratto, abbiamo delle metodologie che ci permettono di fare previsioni. Queste ultime sono poi alla base della pianificazione di strategie di rilancio del territorio».

Un altro problema riguarda le varie zone. Attualmente i dati sono raccolti su unità territoriali e amministrative, rilevanti per la salute pubblica. Queste unità territoriali non sempre coincidono con le unità di riferimento dei distretti industriali, quelli utili per pianificare un rilancio del territorio.

Anche il fatto di non avere dati individuali (sono assolutamente anonimi per motivi di privacy, e forse è giusto così) ma solo aggregati non può aiutare. «Siamo abituati – prosegue Antonietta Mira – a lavorare con la “materia prima” disponibile, e ci sono varie metodologie che aiutano a correggere alcuni errori di raccolta dati. Gli sfasamenti temporali determinano le oscillazioni quotidiane e che possono dare adito a false speranze. Di lunedì i nuovi casi sono sempre meno. È l’effetto del weekend, in cui si fanno meno tamponi e se ne processano meno, perché i laboratori lavorano naturalmente a ritmi ridotti. Il massimo numero dei casi si ha tipicamente il venerdì o il sabato. Per pulire questo tipo di “effetti settimanali” si può ricorrere al calcolo della media mobile, una metodologia statistica che “liscia” le curve “smussando” i picchi e le valli settimanali».

Vale il detto “garbage in – garbage out”: se in un modello ben fatto entrano dati spazzatura… non possono che uscire previsioni spazzatura, poco affidabili. Finora, quindi, si lavora con quel che si ha. Non molto, integrando le fonti. I dati sulla mobilità, sull’economia, sulla socialità delle persone. Si cerca un rapporto multidisciplinare unendo diverse competenze quantitative e qualitative. Temi come la sociologia e la psicologia sono fondamentali per campire l’impatto che il Coronavirus sta avendo sulle persone. Bisogna ripartire dalle persone, come sostiene Antonietta Mira. Non tanto dai numeri. I numeri aiutano naturalmente a supportare le decisioni, ma prima viene la volontà e la motivazione e subito dopo la fantasia. Agli italiani non manca.