«Mai farsi abbattere». La grinta del "Poz" è una lezione per le imprese

La soluzione è trovare il giusto equilibrio tra incoscienza e voglia di andare avanti. Lamentarsi è la cosa peggiore. E’ vero che riconoscere i limiti aiuta. Ma piangersi addosso non ha senso. Bisogna rimboccarsi le maniche: a dirlo è l'allenatore della Dinamo Sassari, Gianmarco Pozzecco

«C’è un denominatore comune che caratterizza le persone che riescono ad emergere: la capacità di non farsi abbattere». La lezione di motivazione arriva da Gianmarco Pozzecco, il mitico giocatore della pallacanestro Varese che nel 1999 vinse lo scudetto e subito dopo la Supercoppa Italiana e che ora allena la Dinamo Sassari.

Lei ha vissuto qualche difficoltà durante la sua carriera?
Ognuno di noi trova momenti bui, sostanzialmente il classico bastone tra le ruote. Si cade nella tentazione di pensare che le persone affermate abbiano avuto un percorso lineare, quando in realtà nella storia di chiunque ci sono ostacoli e difficoltà. Nel mio piccolo mondo non sono partito avvantaggiato. Di solito si affacciano alla pallacanestro persone con una conformazione fisica di un certo tipo e io sono partito con l’handicap dell’altezza. Questo avrebbe potuto destabilizzarmi o disilludermi. Invece mi ha fortificato avere dall’inizio un ostacolo da superare, o meglio a cui passare sotto.

Quindi la chiave del successo è trasformare le difficoltà in opportunità?
La soluzione è trovare il giusto equilibrio tra incoscienza e voglia di andare avanti. Lamentarsi è la cosa peggiore da fare. E’ vero che riconoscere i limiti aiuta. Ma piangersi addosso non ha senso. Bisogna rimboccarsi le maniche.

Facile a dirsi, più difficile a farsi…
A 23 anni mi sono distrutto il ginocchio. Pensavo che la mia carriera fosse, se non conclusa, almeno messa a repentaglio per sempre dall’infortunio. Così non è stato, ho recuperato al 100 per cento. E oggi penso che, se arrivasse il genio della lampada e mi dicesse: «puoi tornare indietro nel tempo e non romperti più il ginocchio», io preferirei rompermelo un’altra volta. Quell’enorme tristezza che ho vissuto è stata fondamentale per la mia crescita. Mi ha fatto capire quanto tenessi alla pallacanestro e quanto mi divertissi a giocare. E’ come se i momenti bui fossero necessari ciclicamente per rendersi conto delle proprie capacità e di quello a cui si tiene veramente.

Lei fa l’allenatore. Esiste un metodo per tirare fuori il meglio dai suoi ragazzi? Lo chiedo scrivendo per un giornale di imprenditori, persone abituate a lavorare con altre persone.
La leadership deve essere personale. Ognuno di noi ha la necessità di comportarsi per come è. Fingendo non si riesce a trasferire il proprio messaggio. Prima di ogni partita, l’allenatore riunisce i giocatori. E’ quello il momento in cui deve tirar fuori la “perla”, ovvero le raccomandazioni sotto forma di stimoli. Ci sono allenatori che studiano e che si circondano di un’entourage di persone per preparare queste chiacchierate. Io ci penso dal tragitto che porta dal mio spogliatoio al loro, voglio che il mio messaggio sia il più spontaneo possibile. Dire qualcosa che penso in quel momento viene ad essere il vero valore. Non amo gli artefatti.

Qual è stato il suo discorso più riuscito?
Si è convinti che gli sportivi siano super atleti, dotati di super caratteristiche, capaci di vincere lo stress e di non farsi spaventare dall’avversario. Invece ogni giocatore è intimorito dalla performance. Una volta ho raccontato con estrema franchezza di quanto fossi spaventato e non sereno. E’ stato un discorso che ha colpito, non tanto per il messaggio, quanto perché io non avessi remore a raccontarlo. Smascherarmi, ammettere le mie debolezze, ha fatto sì che la squadra riuscisse a vivere l’errore e la paura in un modo diverso da prima.

Secondo lei lo stesso approccio può essere trasferito al mondo delle imprese nel momento del Covid?  
Io ammetto di avere paura del Covid. Non sento tante persone che lo dicono. Molti secondo me non dicono la verità. A mio parere aiuta manifestare una preoccupazione, non fa sentire soli. Diverso è pensare di non farcela. Se avessi preso sotto gamba il problema al ginocchio, non avrei fatto il bene di me stesso.