
L’ITALIA E’ UNA FANTASTICA BONUSLANDIA. E NON VA BENE
Dal 2014, quando Matteo Renzi introdusse il “bonus 80 euro”, è stato un continuo crescendo e – scrive il Corriere della Sera – l’Italia si è trasformata in una «Bonuslandia». Il quotidiano si lancia in un elenco di circa 25 bonus che, dagli anni della pandemia, interessano l’ampio spettro dell’edilizia, l’acqua potabile, i giovani, i bebè, gli asili nido, le nascite, i centri estivi, gli animali domestici, le vacanze, bici e auto. L’elenco si ferma perché infinito. E qui scatta la domanda: quello dei bonus è il metodo migliore per sostenere redditi ed economia? Innanzitutto, «non esiste una attenta valutazione costi-benefici, cioè non sappiamo quanta parte della ripresa sia dovuta ai singoli bonus e quanta no». Con il loro proliferare, i bonus sono apparsi sempre più come strumenti di distribuzione del denaro pubblico, non di investimento o di formazione di forza lavoro, «e tolgono soldi ai poveri (il bilancio dello Stato) per darli ai ricchi». Inoltre, anche se il bonus è una forma di politica industriale, non incentiva i settori innovativi dell’economia – che danno occupazione di maggiore qualità e più alto reddito – ma quelli più tradizionali come edilizia e turismo. E allora, perché non lasciare queste risorse «nelle tasche degli italiani, con un abbattimento delle aliquote fiscali? Insomma, un grande, equo e solidale bonus fiscale per tutti».
ITALIANI GRANDI RISPARMIATORI MA PESSIMI INVESTITORI

Lo si legge su Domani: «Gli italiani sono grandi risparmiatori ma scarsi investitori: la loro ricchezza non sostiene la crescita del Paese e rende poco. Nel 2020 la ricchezza delle famiglie italiane ammontava a 10.010 miliardi di euro, pari a 8,7 volte il reddito disponibile. Ma se raffrontiamo la ricchezza alla popolazione totale le cose sono diverse: il nostro Paese non ha un elevato livello di ricchezza, ma un basso reddito disponibile. In sintesi, la ricchezza degli italiani è concentrata in un numero relativamente limitato di famiglie e più della metà di questa ricchezza è costituita da abitazioni. Che non rendono, perché su queste non c’è un vero piano di gestione e anche i bonus edilizi non produrranno una vera industria delle manutenzioni». Ad avere un rendimento negativo, secondo l’Istat, sono anche le attività finanziarie degli italiani, che costituiscono il 44% della ricchezza lorda delle famiglie e che nel 2020 hanno avuto un rendimento medio dello 0,3%. Inoltre, queste attività sono impiegate per il 38% in forma liquida, quindi non garantiscono alcun rendimento e non partecipano al finanziamento dell’economia. Perché il risparmio è poco investito in azioni e partecipazioni in forma diretta e indiretta (circa il 35%) e questi investimenti riguardano poche aziende italiane. Infine, nel nostro Paese non si incoraggiano gli investimenti nei fondi di private equity, che a fronte di una minore liquidabilità hanno rendimenti maggiori e finanziano le Pmi non quotate in borsa.
CARO BOLLETTE: SALE IL RISCHIO FALLIMENTI SOPRATTUTTO PER GLI ENERGIVORI
Di fronte al rincaro dell’energia elettrica il risparmio, da solo, non basta. E non bastano

neppure i bonus. Il Messaggero scrive che «il caro bollette sta facendo scattare verso l’alto il rischio di default. Ma cosa accadrebbe se lo scenario dovesse peggiorare? A dirlo è Cerved rating agency». La rischiosità delle imprese non finanziarie salirebbe dal 5,7% al 6,12%. Di fronte ad uno scenario base, invece, la probabilità di default si attesterebbe in media, sempre alla fine del 2022, al 5,35%. E sempre nello scenario base, le probabilità di default sono diversificate nelle diverse Regioni italiane: nel Nord-Ovest, nei prossimi 12 mesi, il dato arriverebbe al 5,2%, mentre al Centro Sud al 6,3%. Il rischio si abbassa per il farmaceutico e le utilities e peggiora, come è logico di fronte all’andamento schizofrenico dei prezzi, per le imprese energivore. A cavarsela meglio saranno, secondo Cerved, «le aziende che dominano la catena di distribuzione, perché riusciranno a trasferire in buona parte sui consumatori gli incrementi di costo, preservando quindi i propri margini operativi. Per le piccole e medie imprese che hanno meno potere negoziale, invece, l’aggravio dei costi determinerà una consistente compressone dei margini». E il rischio default non è scongiurato.