
«La squadra? Non solo all'interno dell'azienda, ma anche con clienti e fornitori. E l'imprenditore deve saper essere un leader». Ad affermarlo è Paolo Chinetti, chief technology officer e coautore (con Stefano Susani) del saggio “Il team giusto. Neuroni, linguaggio, agilità per progettare il lavoro di squadra”, che è stato protagonista dell'ennesimo appuntamento con le dirette di “Item d'impresa” di Confartigianato Varese.
«La formazione di un team – ha spiegato Chinetti – parte dall'obiettivo comune che ci si pone, perché questo stabilisce il primo pilastro, le competenze. Altri elementi da considerare per cercare il team giusto sono la personalità degli individui e il loro approccio, determinante per formare la personalità condivisa, e l'affidabilità delle persone».
Secondo Tuckman, uno dei “guru” mondiali in questo campo, sono quattro le fasi del ciclo del team. «Dopo la formazione (forming), c'è lo storming, che è una tempesta di confronto tra personalità, dove inizia lo scambio di idee, una fase necessaria in cui si inizia a parlare di gestione del conflitto e delle divergenze – illustra l'esperto – l'ingranaggio che consente di portare a terra il risultato è il “norming”, in cui si stabiliscono le regole del gruppo e si assembla l'interazione tra i membri. Le regole esistono sempre, ed è meglio che si manifestino in modo esplicito per evitare dinamiche negative. A quel punto il team è pronto alla fase di “performing”, in cui serve sempre mantenere attiva la stabilità emotiva del gruppo ed evitare di regredire alla fase di storming».
Un modello che vale non solo all'interno della propria azienda, ma anche all'esterno: «La logica del team va anche oltre l'azienda e coinvolge clienti e fornitori – sottolinea Paolo Chinetti – applicare ad un network le logiche di squadra può portare benefici».
Anche perché in un'impresa non sempre possono essere presenti tutte le competenze che servono per un efficace gioco di squadra: «In particolare nel momento in cui il mercato di riferimento dell'azienda si allarga, a livello geografico ma anche di tipologie di cliente, è difficile “coprire” tutto il business che si è creato con le competenze di un imprenditore a livello individuale». Le competenze richieste infatti “non sono solo verticali”, quindi specifiche per il singolo business, «ma anche trasversali, come la capacità di innovazione, che deve essere comune a tutta l'azienda, e dinamiche, perché si evolvono».
L'imprenditore da parte sua deve sapere esercitare un ruolo di leadership: «Il modello che si sta imponendo – fa sapere Chinetti – è quello del leader coach, nel senso di persona che supporta ed aiuta chi lavora in azienda e chi fa parte del gruppo non solo a realizzare gli obiettivi ma anche a crescere individualmente. È una figura che richiede grande maturità e anche tecnica, in particolare capacità empatica. Nelle Pmi la dimensione facilita i rapporti umani e la conoscenza, un vantaggio che si può tradurre in capacità di ascolto e lavoro su obiettivi di cambiamento delle singole persone».