
Nessun imprenditore avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione simile: il lavoro c’è, ma non ci sono i lavoratori. E’ un problema, questo, che negli ultimi tempi si è gonfiato a dismisura e rischia di fare scoppiare l’economia italiana: tutti cercano informatici, esperti di stampaggio, tornitori, fresatori, manutentori, saldatori, muratori, autotrasportatori, estetiste, sistemisti, ingegneri, camerieri, cuochi, pizzaioli e falegnami. Li cercano ma non li trovano.
Un premio a chi segnala persone da assumere
Allora ci si ingegna, come ha fatto il gruppo Terranova Software. A raccontare la scelta di questa azienda che conta 360 dipendenti tra Firenze, Grosseto, Verona, Mestre, Milano e Trento è La Repubblica: «Un bonus da 2 mila euro se la neoassunta è donna. Da 1.500 euro, se uomo. E’ il “referral bonus”, che la Terranova Software darà ai propri dipendenti quando segnaleranno candidati referenziati per coprire posizioni aperte». Ora, il 6-7% delle assunzioni arrivano così, e se il “referenziato” supera il periodo di prova, chi l’ha proposto si troverà in busta paga il bonus. Un premio che l’azienda ha inserito nel contratto integrativo accanto al Welfare e al bonus famiglia. Rinnovandolo, e differenziandolo, per incoraggiare la ricerca di profili femminili. Ricerca, per intenderci, di sviluppatori di software: donne, in questo settore, ce ne sono pochissime ma anche per gli uomini la domanda è superiore all’offerta. E allora si tenta la carta del “porta un amico”. Che, per essere chiari, entrerà in azienda solo ed esclusivamente per merito.
Spaventano fatica e sacrifici: il lavoro è fatto anche di turni e straordinari
Nel frattempo, a far toccare con mano l’ampiezza del problema è l’Università Bocconi di Milano: quattro lavoratori su dieci sono “difficili da reperire”. Prima della pandemia, nell’aprile 2019, il tasso rilevato dall’indagine Excelsior di Unioncamere-Anpal era al 27%, e concentrato in prevalenza su alcune figure. Ora, invece, non si fa più distinzione: sia che si tratti di manifattura, servizi alla persona e alle imprese, turismo o costruzioni la carenza di figure professionali preoccupa chiunque. Ma preoccupa, soprattutto, la mancanza di attitudine al sacrificio. A dirlo sono proprio gli imprenditori, anche quelli di Confartigianato Varese, che sottolineano quanto «qualche giovane interessato c’è, ma poi quando parli di turni e straordinari in azienda non ci vengono. Spaventa la fatica e il fatto di avere poco tempo libero». Ma il mercato del lavoro cambia così rapidamente da dover considerare anche questo: nel settore dell’estetica, per esempio, non è raro lavorare il sabato e può accadere, a volte, di aprire i centri anche la domenica. Con l’arrivo dell’estate, questa attività registra un boom al quale va data una pronta risposta. Che non si trova in un contratto part-time. Ma all’appello manca anche il 70% di dirigenti, il 55,3% di specialisti in informatica, chimica o fisica e il 46,7% di ingegneri. Anche ristorazione e autotrasporto non se la passano bene: nel primo si va alla ricerca di 300mila lavoratori, mentre nel secondo ne mancano in Italia almeno 17mila (in Europa la cifra arriva a 400mila).
Contro il mismatch, potenziare Istituti Tecnici Superiori e Apprendistato duale
Questo disallineamento tra domanda e offerta occupa la cronaca economica e si dibatte sulle possibili soluzioni al problema. Che possono essere più o meno originali ma, soprattutto, devono essere funzionali alla richiesta delle imprese: trovare personale anche giovane ma formato, appassionato, curioso. Così si insiste sul potenziamento del sistema formativo: da un lato gli Istituti Tecnici Superiori e dall’altro l’apprendistato duale. La formazione “on the job” si riprende il campo perché è questa che permette ai giovani di imparare un mestiere mentre studiano. Ed è sempre questa ad assicurare alle imprese quel capitale umano che non solo porta operatività sulle macchine ma che, grazie a ciò che apprende a scuola, offre stimoli e idee nuovi. E in un momento in cui le transizioni sono all’ordine del giorno – sia quella digitale che quella green – un giovane che dà all’azienda ciò che cerca è una risorsa preziosa.
Il mercato è mobile: il fenomeno delle dimissioni volontarie nei giovani
Da un lato c’è voglia di assumere e dall’altro, invece, anche in Italia si parla sempre più spesso di dimissioni volontarie. E a lasciare il lavoro sono anche i giovani: dei 420mila dimissionari della Lombardia (il 9,5% dei 4,4 milioni di occupati), 181.930 hanno meno di 35 anni. La maggioranza lascia un posto nella ristorazione (39.377), come impiegato (33.208), alle vendite (26.434), nella logistica (21.648) e come addetto alle pulizie (15.828). In Italia, nei primi mesi del 2021, hanno abbandonato il proprio lavoro 1 milione e 362mila persone: è il 30% in più rispetto al 2020 e il 6% in più rispetto al 2019. Protagonisti di questa “Great Resignation” italiana sono i Millennials e la prima fascia della Generazione Zeta, ragazzi nati alla fine degli anni ’90. Che ad un posto fisso preferiscono la flessibilità e l’equilibrio tra lavoro e vita privata.