
ENERGIA VERDE: L’ITALIA DEVE CORRERE
L’Italia sta correndo, ma gli ostacoli burocratici sembrano essere una barriera invalicabile. A dirlo è lo studio dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano che esamina nello specifico la missione del Pnrr che si concentra sulla transizione ecologica. A disposizione ci sono 60 miliardi “per tagliare le emissioni di CO2, centrare l’obiettivo europeo Fit for 55 (257 milioni di tonnellate) e addirittura superarlo”: nel 2030 arriveremo a 223 milioni di tonnellate. Le misure del Pnrr produrranno 64 miliardi di ricavi attraverso le filiere di rinnovabili, efficienza energetica, idrogeno e mobilità sostenibile. I nuovi posti di lavoro saranno più di 132mila”. In Italia, però, le rinnovabili procedono con il freno tirato al ritmo di 1 gigawatt scarso di nuova capacità all’anno contro i 6,5 gigawatt che sarebbero da installare per rispettare i target europei al 2030”. Che fare? Primo, riformare il sistema delle autorizzazioni per chi vuole installare un impianto a fonti rinnovabili; secondo, mancano le normative per una realizzazione dei progetti in tempi ragionevoli; terzo, non c’è un impianto legale che funziona per tutte le infrastrutture della transizione energetica; quarto, bisogna concentrarsi sul destino del bonus fiscale per l’efficienza energetica, “essenziale per la crescita” dell’economia.
“MODELLO ITALIA”: LA VERA INNOVAZIONE PUO’ RIPARTIRE DA QUI

Lo dice Dan Breznitz, direttore dell’Innovation Policy Lab di Toronto, al Corriere della Sera: “La Silicon Valley non è per forza il modello giusto quando si tratta di innovazione e prosperità economica condivisa”. I modelli “alternativi” sono “quelli che includono la crescita e la prosperità della comunità locale. E’ per questo che un esempio di innovazione condivisa è proprio l’Italia” dove le imprese si sono specializzate in un prodotto e non hanno copiato gli altri: questi sono luoghi dove il tuo progetto diventa realtà e la vera innovazione è stata quella di scoprire come inserirsi nell’industria globale. Per diventare innovativi oggi, i territori “devono costruire una mappa di cosa significa essere di successo: definire dove vuoi andare e cosa è meglio per la tua regione. Poi, determinare quali sono i punti di forza della tua comunità e quali sono le capacità praticabili da sviluppare. Bisogna chiedersi perché lo stiamo facendo. Infine, le comunità e i governi devono decidere cosa intendono per successo e, se assomiglia alla Silicon Valley, devono preoccuparsi di quell’ampia fetta della popolazione che non potrà condividerlo”. Ecco perché, oggi, sono importanti le “reti produttive sempre più regionali: i territori che scopriranno rapidamente in quali industrie e in quali parti del processo possono inserirsi avranno grandi opportunità”.
IL DIGITALE CONQUISTA LE PMI
Le piccole e medie imprese italiane sono sempre più digitali: lo dice l’Osservatorio di GoDaddy,

il più grande provider di domini al mondo. E lo scrive Italia Oggi: “Lo studio ha preso in esame circa 5.100 Pmi con un numero di dipendenti compreso tra 1 e 49 e ha rilevato il grado di maturità delle società in Italia, Spagna, Francia e Germania”. Le sorprese non mancano: le nostre Pmi hanno raggiunto un livello di digitalizzazione di 44/100 contro il 42/100 di quelle tedesche e del 37/100 delle francesi. A fare meglio è la Spagna con 45/100. La pandemia ha dato un’accelerazione al cambiamento: il 46% delle piccole imprese italiane ha modificato il proprio modello d business; il 14% ha aperto o sviluppato ulteriormente il proprio canale di e-commerce; il 69% ha dichiarato di avere almeno un canale di vendita online e il 35% utilizza i canali social per promuovere i propri prodotti/servizi. Facebook è al primo posto, usato dall’86% del campione, seguito da LinkedIn (36%), Youtube (27%) e Twitter (18%). WhatsApp è stato usato dal 54% delle Pmi “per restare in contatto con clienti e promuovere prodotti/servizi” durante la fase più complicata della pandemia. Infine, l’83% delle imprese intervistate ha dichiarato che “la digitalizzazione ha migliorato il livello di competitività e ha permesso di vendere con più successo sia online che offline (78% del campione) e di lavorare in modo più flessibile (77%).
DOVE VA IL RISPARMIO DEGLI ITALIANI?

Il gruppo australiano Lendlease investe sullo sviluppo dell’area Expo di Milano: Human Technopole, Ospedale Galeazzi, attività civili, industriali e commerciali. Ma ad investire in questo progetto sono anche i pensionati canadesi. Ne scrive il Corriere della Sera: “Perché ciò che questi pensionati trovano conveniente non lo è per gli italiani, risparmiatori compresi?”. La questione è questa: i fondi che arriveranno dal Pnrr non basteranno per realizzare sui tanti territori italiani ciò che serve. E si parla di università, ospedali, centri di ricerca, asili nido, infrastrutture per la mobilità e rigenerazioni urbane. Per farlo, bisogna ricorrere al risparmio privato “per rendere protagonisti i cittadini di progetti che cambieranno le loro vite” e per dare loro “garanzie di protezione del capitale e di ritorno nell’investimento”. C’è chi, a questo punto, ricorda i buoni ordinari comunali e propone “la creazione di un vero e proprio mercato secondario dei titoli emessi, fondi dei fondi e obbligazioni quotate”. Perché solo il fronte pubblico-privato potrà avere successo di fronte ai tanti progetti di sviluppo di Città metropolitane e piccoli comuni che non potranno essere realizzati solo con i fondi europei.