
CLOUD ITALIA PER DIGITALIZZARE I SERVIZI PUBBLICI. PORTE CHIUSE AI CINESI
Lo si legge su Repubblica e sul Corriere della Sera: “I servizi di Comuni, Regioni, Asl, ospedali, scuole miglioreranno, ma i dati e le procedure per gestirli dovranno diventare digitali”. Da qui nasce “Strategia Cloud Italia”, per proteggere i dati degli italiani dagli sguardi dei fornitori esteri, soprattutto cinesi. Perché nel campo del cloud, le imprese di Italia ed Europa pesano nel mondo con un misero 10%. I giganti che dominano il mercato, soprattutto Cina, vendono infrastrutture, servizi e software, chiavi crittografiche ma se il governo lo ordina devono trasferirgli tutti i dati del Paese del quale è gestito il cloud. Ciò significa che informazioni sensibili dei ministeri chiave italiani, delle imprese pubbliche che lavorano nella difesa o nell’aerospazio, dell’esercito e delle forze dell’ordine sono alla portata di potenze straniere. Da qui il “grande muro europeo” e la nascita del Polo strategico nazionale (Psn): l’infrastruttura che conta su una disponibilità di 1,9 miliardi di euro e che ospiterà i dati informatici degli italiani e garantirà la sicurezza e l’autonomia tecnologica sugli asset strategici per il Paese. Per “fare muro”, l’Italia scommette su “imprese nazionali anche nuove che si specializzino nella creazione e nell’aggiornamento proprio delle chiavi crittografiche”. Il bando di gara per realizzare il Psn avverrà entro la fine del 2021.
CINA FA INCETTA DI AZIENDE STRATEGICHE: L’EUROPA FA MURO
La Cina compra, acquisisce e incorpora. O almeno ci prova: nel mirino ci sono aziende europee

di software capaci di tracciare le esercitazioni militari, produttrici di grafene (usato per le batterie delle auto elettriche) o di semiconduttori, imprese che sviluppano droni militari (e ci sono anche le italiane), chi fa microchip e chi si specializza nelle comunicazioni militari. Insomma, il Sole 24 Ore scrive che “la Cina punta all’autosufficienza tecnologica, in primis nel campo delle difesa, e cerca di mettere a frutto la vasta rete di collaborazioni scientifiche e commerciali costruita con diversi Paesi europei”. Paesi, però, che ora stanno bloccando i takeover, che passano ai fatti aprendo indagini sulle acquisizioni, che fanno scattare le sanzioni previste dal Golden Power. L’Europa si chiude, dunque, ma tutto questo sta avvenendo in ordine sparso.
FINANZA VERDE “PER FINTA”: AZIONISTI E VIGILANTI VANNO ALL’ATTACCO
Lo scrive la Repubblica: “I fondi che dicono che sono verdi o sostenibili dovranno d’ora in poi provarlo, dando al mercato molte più informazioni in tema”. Questo è ciò che accadrà negli Usa. Perché non sempre i titoli venduti come “green” sono allineati ai criteri Esg: E (ambiente), S (sociale) e G (governance). Tutto pare ridursi ad una grande etichettatura”. E’ per questo che Biden prova ad inseguire l’Europa, leader mondiale di regole, pratiche e investimenti sostenibili. Ma anche in Europa non tutti gli investimenti Esg sono “oro colato: secondo un’indagine di Influence Map su 723 azionari globali, risulta che su 593 catalogati Esg il 71% era disallineato agli obiettivi di Parigi. E anche nei 130 fondi climatici, solo un 55% era coerente ai patti sul clima”. Le banche etiche ne escono alla grande, anche “perché etico è molto più che sostenibile: nel 2019, le banche etiche europee usavano il 76,4% degli attivi per il credito a famiglie e imprese, contro il 38,7% medio delle tradizionali”.
L’ETICA NEL PIATTO: UN ITALIANO SU 6 STA DALLA PARTE DELLA SOSTENIBILITA’
Lo dice il rapporto Coop “Economia, consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani”: 1

italiano su 6 dichiara di adeguare il proprio regime alimentare allo scopo di ridurre l’impatto ambientale. Il carrello della spesa è sempre più green e nel 2020 ha registrato un valore complessivo di 10 miliardi tra ipermercati e supermercati, segnando un +8% rispetto all’anno pre-pandemico. “L’88% del campione – scrive il Corriere della Sera – dichiara di fare scelte sostenibili nell’acquisto di prodotti alimentari, pur associando valori differenti al concetto di sostenibilità”. Il 33% lo lega ai metodi di produzione, un altro 33% all’attenzione agli imballaggi, il 21% alla filiera controllata. Le abitudini alimentari cambiano: il 13% sta riducendo il consumo di carne e aumenta la percentuale di chi segue una dieta vegana (1,5 milioni). Però, c’è il rischio che “il retail alimentare resti schiacciato tra la diminuzione dei prezzi al consumo e l’annunciato aumento delle materie prime e dei listini dei fornitori industriali”.