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Manifattura: primo stop alle assunzioni. Nelle imprese troppi leader over 70 e fragilità finanziaria

Manifattura: primo stop alle assunzioni. Nelle imprese troppi leader over 70 e fragilità finanziaria

MANIFATTURA, PRIMO STOP. IN APRILE 8,5% DI ASSUNZIONI IN MENO
Lo scrive Il Sole 24 Ore: «Secondo il bollettino Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, la riduzione delle assunzioni previste dal settore manifatturiero rispetto a marzo è pari a -8,5%. Maggiore la frenata nelle costruzioni, che registrano un -9,4% rispetto a marzo. In crescita, invece, i servizi con +7,5% sul mese e +39,1% sull’anno (grazie alla ripresa del settore turistico); i servizi alle persone (+5mila) e il commercio (+2mila). Considerando il totale dei settori economici, le previsioni delle entrate ad aprile hanno sfiorato le 368mila unità: l’industria cerca circa 103mila lavoratori (69mila nella manifattura e più di 33mila nelle costruzioni)». Per quanto riguarda i contratti, a prevalere sono quelli a tempi determinato con 199mila unità (54,1% del totale) seguiti da tempo indeterminato (72mila), somministrazione (41mila), contratti alle dipendenze (23mila) e di apprendistato (21mila). Resta elevato il mismatch: «La quota di assunzioni per cui le aziende dichiarano difficoltà di reperimento continua a superare il 40%, 8,3 punti percentuali rispetto ad aprile 2021. Si sale al 55,8% per gli operai specializzati, al 47,8% per i conduttori di impianti, al 47,4% per le professioni tecniche e al 47,2% per dirigenti e professioni intellettuali e scientifiche». Ma va ancora peggio, con quote che superano il 60%, per quanto riguarda la ricerca di artigiani e operai specializzati nelle costruzioni, fonditori e saldatori, lattonieri e calderai, carpentieri, fabbri ferrai e costruttori di utensili.

NELLE IMPRESE FAMILIARI TROPPI LEADER OVER 70

Imprenditore over 70

Si legge su Il Sole 24 Ore che «le imprese familiari non sono giovani. E’ questa la conclusione a cui giunge l’ultimo rapporto pubblicato dall’Aidaf – Family Business sullo stato di salute di questo tipo di società in Italia. Dal fallimento di Lehman Brothers, le nostre imprese di “famiglia” appaiono invecchiate: nel 2010, i leader aziendali di età superiore ai 70 anni erano il 20%, mentre oggi la percentuale è salita al 30%. Questo significa che oltre un terzo delle famiglie imprenditoriali italiane è guidato da persone di età superiore a quella pensionabile». Uno fra i principali elementi sui quali riflettere è che «in oltre il 60% delle società la leadership dell’organo di amministrazione è affidata ad una sola persona. Il primo dato che mantiene lontani i giovani dai vertici aziendali è, allora, la tendenza a preferire “un uomo solo al comando”. In questo caso, la via di un intervento legislativo va tracciata promuovendo la composizione collegiale dell’organo amministrativo». Ma il quotidiano economico dà anche un altro consiglio: «E’ necessario un intervento che aggiorni i requisiti di professionalità degli amministratori in modo da includere i criteri di diversità già suggeriti dai codici di autodisciplina e dalle indicazioni, anche comunitarie, di soft law». E questo per dare il via ad un cambiamento nelle scelte di governance delle società attraverso un percorso graduale «che possa includere e conciliare gli interessi di tutti i soggetti potenzialmente coinvolti. Dialogo e inclusione sono, del resto, altri due capisaldi della sostenibilità e della responsabilità sociale di impresa».

FRAGILITA’ FINANZIARIA DELLE AZIENDE E RSCHI DI AUMENTO DEI FALLIMENTI
Per evitare effetti economici difficilmente prevedibili, si avverte ancora la necessità di

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aiutare le imprese italiane. Soprattutto, le Pmi. Ne scrive Il Sole 24 Ore: «Però, i sostegni possono determinare conseguenze indesiderate, perché imprese buone e meno buone vengono messe nella situazione di continuare a restare operative». Anche le cosiddette imprese “zombie”: nel nostro Paese se ne contano poco più di 60mila con un aumento leggero nel 2020 rispetto al periodo pre-pandemico. Gli occupati in queste aziende crescono del 6,7% rispetto al 2019. Inoltre, il valore del totale di risorse impiegate dai governi da inizio pandemia è stato di 260 miliardi di euro, «ma sembra ci sia un disallineamento tra le risorse a disposizione delle grandi imprese rispetto alle piccole e medie. Da un lato, le prime sono sostenute da sufficienti forme di aiuto pubblico, mentre le seconde da un sostegno insufficiente: le attuali misure sono temporanee e un pacchetto per il recupero adeguato non è ancora stato formulato». Nonostante le misure messe in campo, si prevede un aumento di nuovi crediti deteriorati nei bilanci delle banche più dipendenti dalle Pmi: «E’ cruciale formulare nuove soluzioni per evitare un incremento del default».