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Stop a diesel e benzina dal 2035: le Pmi dell'automotive rischiano il crollo. Ma c'è chi si sta organizzando

Stop a diesel e benzina dal 2035: le Pmi dell'automotive rischiano il crollo. Ma c'è chi si sta organizzando

L’Unione europea è il terzo produttore mondiale di Co2 e il settore automobilistico e dei trasporti rappresentano circa il 20,4% delle emissioni di Co2 della Ue. E così il Parlamento europeo ha deciso:
dalla fine del 2035 sarà vietata la vendita di auto a benzina e diesel nuove, ma anche quella dei veicoli ibridi plug-in. I mezzi prodotti e venduti in precedenza, però, potranno continuare ad essere commercializzati fino al 31 dicembre 2034.

Ricordiamo che la politica ambientalista della Ue prende il via dal programma Fit for 55: entro il 2030 le emissioni nocive dovranno essere ridotte del 55% rispetto ai dati del 1990 e si aprirà l’era delle macchine solo e completamente elettriche. Dalla Commissione europea arriva, però, anche un nuovo piano dedicato alla riduzione delle emissioni nocive dei veicoli pesanti: i camion di peso superiore alle 5 tonnellate e gli autobus di lunga distanza con un peso superiore alle 7,5 tonnellate. Ma dal 2030 anche tutti gli autobus circolanti nelle città europee dovranno essere a zero-emissioni.

Per ora, sono esenti dai nuovi obiettivi europei i veicoli usati nelle miniere, nell’agricoltura e nell’industria forestiera, quelli delle forze armate, delle forze dell’ordine, delle ambulanze e i camion per la raccolta dei rifiuti.

PRIMA BISOGNA RISOLVERE QUALCHE PROBLEMA
I cambiamenti richiedono tempi lunghi: passare completamente dalla benzina e dal diesel all’elettrico richiede la riorganizzazione della filiera (investimenti, figure professionali, dotazione di strumentazione nuova) e delle infrastrutture. Così, le criticità che bisogna affrontare alla luce della decisione del Parlamento europeo non sono affatto poche:

  • In Italia ci sono circa 27mila colonnine per la ricarica delle auto elettriche, ma ne servirebbero circa 110 mila. Quelle per la ricarica FAST, per i pacchi batteria più grandi, sono addirittura una rarità.  Inoltre, si dovrà procedere con una norma che regolamenti i parcheggi riservati all’elettrico
  • I costi: nel nostro Paese, un’auto elettrica costa circa il 20-30% in più rispetto a quelle endotermiche. L’acquisto richiede un esborso che va dai 30mila (entro questa somma, otto persone su dieci sono pronte a passare all’elettrico) ai 37mila euro
  • E’ fondamentale lavorare su un sistema di incentivi più efficace per imprese e famiglie
  • Bisogna fare chiarezza sull’autonomia delle batterie e sulle tempistiche di ricarica dei veicoli
  • Le materie prime: Pechino detiene le fasi di raffinazione ed estrazione del litio, indispensabile per le batterie che andranno sulle auto elettriche. Dopo la dipendenza dal gas russo, si rischia che con il mercato dell’auto elettrica l’Europa dipenda completamente dalle forniture cinesi
  • La mossa sulla quale deve riflettere la Ue: dotarsi di un Fondo sovrano europeo per sostenere le tecnologie verdi. Questa potrebbe essere una valida soluzione per garantire una parità di condizione per gli Stati membri, ed evitare che i Paesi che dispongono di risorse maggiori traggano vantaggio da queste offrendo aiuti pubblici particolarmente generosi alle loro imprese

La svolta è impegnativa e le imprese, che sanno quanto un orizzonte di poco più di dieci anni sia un tempo appena sufficiente per potersi riorganizzare, stanno già riflettendo su quanto lo stop a diesel e benzina possa impattare su business e fatturato. Con risvolti positivi o negativi, dipende dal settore.

LA VOCE DELLE IMPRESE
La C.T. & T. Srl - Colmegna Tools & Technology di Marco e Cesare Colmegna è attiva nella realizzazione di stampi per pressofusione e termoplastici. E alcuni fra i suoi più grossi clienti sono quelle fonderie che lavorano proprio per le grosse case automobilistiche. La spia d’allarme, in quest’azienda di Saronno, si era già accesa anni fa di fronte al lancio sul mercato di auto ibride ed elettriche. Marco Colmegna, contoterzista, dice che «a riorganizzarsi dovranno essere prima fra tutti i nostri clienti: l’assemblamento di auto elettriche richiede fusioni di dimensioni maggiori rispetto ai veicoli endotermici e non tutte le fonderie del Nord Italia, ad oggi, hanno attrezzature adeguate per stampare e produrre pezzi per l’ibrido e l’elettrico». A cascata, la decisione del Parlamento europeo coinvolgerà tutti. E’ per questo che alla C.T. & T. si punta sulla diversificazione e sulle partnership: «Da un lato ci concentreremo sui particolari più piccoli dell’automotive, da realizzare sempre in alluminio, che non siano quelli contenuti nel power tranining, quindi supporti staffe, scatole sterzo e pedali freno. Dall’altro cercheremo di agganciare altri settori. In entrambi i casi, dovremo fare rete con attrezzerie sempre più strutturate». Ma la liquidità a disposizione dell’azienda farà la differenza: «Una cosa è entrare in un progetto che vale un milione di euro e un’altra è partecipare ad un lavoro di 50mila: con la rivoluzione dell’elettrico bisogna investire in attrezzature e materiali, e dalla realizzazione dello stampo alla produzione massiva può passare anche un anno. Le piccole imprese non possono permettersi di essere esposte così a lungo con somme importanti».

Le prospettive cambiano quando si parla di microingranaggi e carrozzerie. Leader nella produzione dei primi è l’Anfabo di Andrea e Fabrizio Boeri: «Lavoriamo per brand automobilistici di alta gamma, ma i nostri componenti non entrano nella parte motoristica. La decisione del Parlamento non influenzerà la nostra produzione e i nostri progetti». E così accade a Paolo Zuccalà, co-titolare con il fratello Luca della Carrozzeria Verdi di Uboldo: «Con questo stop probabilmente arriverà un aumento esponenziale dei costi di riparazione delle autovetture, con maggiori esborsi per le carrozzerie e gli automobilisti. Comunque, da qui al 2035 non potranno costringere tutti i cittadini a sostituire le loro macchine diesel e benzina con quelle elettriche perché il passaggio a queste ultime porterà ad una maggiore manutenzione dei mezzi. Da parte nostra ci stiamo già strutturando con colonnine per la ricarica e corsi di formazione specifici. E da anni abbiamo assunto figure di meccatronico. Penso che questa rivoluzione avrà effetti positivi sul nostro fatturato. Spero nell’idrogeno». A Zuccalà fa eco Cristian Bolcato della Bolcato Car Service di Varese: «Come azienda siamo sempre stati promotori di eventi sulla mobilità sostenibile, ma ancora una volta la decisione del Parlamento europeo dimostra che chi legifera è distante anni luce dal mondo del lavoro. Da un lato la scelta va nella giusta direzione (il rispetto dell’ambiente), ma dall’altro la scomparsa delle auto alimentate a diesel e benzina causerà numerosi problemi soprattutto alle Pmi. E una parte della filiera dell’automotive scomparirà. Per quanto riguarda la nostra attività, il problema è relativo: la manutenzione sui veicoli elettrici riguarda, principalmente, freni e sostituzione del filtro dell’abitacolo. La vera preoccupazione arriverà quando i veicoli saranno ancora più dotati di sensori antiurto: l’incidentalità si abbasserà, e per una carrozzeria…».

Nel mirino della Commissione europea entrano anche i mezzi pesanti. Giuseppe Mauri, titolare della Miosotis Transport, afferma senza mezzi termini che «la decisione della Ue fa riflettere. E tanto. Sulla carta, questa decisione è un disastro perché tanti sono i punti da mettere in ordine: come dotare le infrastrutture autostradali di colonne per la ricarica dei camion? Quanto tempo ci vorrà per rigenerare il mezzo? Quali gli incentivi nazionali ed europei per sostituire un’intera flotta?». L’imprenditore ricorda scelte già fatte in passato: «Tempo fa si era scommesso sui Tir alimentati a Gpl, ma poi ci si è accorti che un “pieno” costava tanto quanto il diesel. Poi, cosa si potrà ricavare dalla vendita dei vecchi mezzi? Probabilmente, di fronte a questa decisione del Parlamento europeo alcune imprese chiuderanno». Conti alla mano, si capisce il perché: «Se dovessi sostituire tutti i miei 23 mezzi, per altro Euro 6 – la gamma più alta in fatto di sostenibilità ambientale – dovrei investire circa tre milioni di euro». Per Giuseppe Mauri puntare sulla riduzione delle emissioni è importante, ma nel settore dell’autotrasporto ci sono al momento problemi sui quali si dovrebbe agire con urgenza, «a partire dalla concorrenza selvaggia che sta affossando il settore».

MEGLIO SCOMMETTERE SULLA MOBILITA’ MISTA
L’incidenza sul mercato delle auto elettriche, ad oggi è ancora limitata: secondo dati Aci, le iscrizioni di queste vetture sono solo il 2,7% del totale. E per arrivare alla grande rivoluzione europea, altre dovranno essere le rivoluzioni. Confartigianato propone un trend futuro caratterizzato da una mobilità “mista” senza privilegiare fette di mercato a discapito di altre. Puntare in maniera esclusiva verso la trazione elettrica è controproducente: da un lato perché è un ambito che presenta ancora varie incognite, dall’altro perché il motore endotermico ha molte potenzialità e possibilità di impiego anche con i carburanti alternativi. Abbandonarlo significherebbe mettere a rischio il settore produttivo interessato. A questo punto, si dovrebbero orientare gli incentivi verso le migliori tecnologie disponibili sul mercato e allargare la platea dei fruitori, dosando le agevolazioni in base al conseguimento di obiettivi che siano effettivamente definiti e misurabili.

LA FILIERA DELL’AUTORIPARAZIONE: 86MILA IMPRESE E 222MILA ADDETTI
In Italia, l’autoriparazione rappresenta più della metà (53,1%) dell’occupazione della filiera dell’auto, con 222mila addetti (l’1,4% del totale occupati delle imprese a fronte dell’1% dell’Ue) che lavorano in 86mila imprese. La vocazione artigiana è elevata: 69mila imprese che danno lavoro a 159mila addetti; il 71,6% dell’occupazione del comparto.

CRITICITA’ E MISMATCH OCCUPAZIONALE
Le criticità nella transizione green dell’autoriparazione si intrecciano con il difficile reperimento di personale qualificato: il 69,9% delle posizioni di meccanici artigianali, riparatori automobili ricercati dalle micro e piccole imprese sono difficili da ricoprire. La quota sale al 79,9% per Veneto, al 79,4% in Umbria, al 78,9% in Trentino Alto-Adige e al 73,9% in Emilia-Romagna.

MANUTENZIONE E FAMIGLIE
In una fase ciclica caratterizzata da incertezze e dalla riduzione del potere di acquisto delle famiglie, la domanda di manutenzione di autoveicoli rimane in positivo, anche grazie ad una dinamica dei prezzi al consumo molto contenuta. Eurostat evidenzia che nei primi tre trimestri del 2022 il fatturato della Manutenzione e riparazione di autoveicoli segna un aumento dell’11,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nei primi nove mesi del 2022, in Italia, il prezzo al consumo del servizio degli autoriparatori sale del 3,6%, a fronte del +5,1% della media dell’Eurozona, il +6,1% della Germania e il +5,3% della Francia. Grazie a questo trend, nel nostro Paese si stima un aumento del 5,5% del volume del fatturato degli autoriparatori.