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Arriva la proroga sui crediti deteriorati, ma a fare la vera differenza è il capitale umano

Arriva la proroga sui crediti deteriorati, ma a fare la vera differenza è il capitale umano

CREDITI DETERIORATI, IN ARRIVO LA PROROGA SULLA GARANZIA STATALE
Lo scrive il Sole 24 Ore: «L’onda lunga della crisi pandemica riporta d’attualità il dossier sulle garanzie pubbliche sulle cartolarizzazioni delle sofferenze bancarie (Gacs). Il negoziato con la Ue è ripartito da alcune settimane per una nuova proroga che potrebbe coprire un arco temporale di 12 mesi, rinnovabile per altri 12». Relegata ai margini della scena l’ipotesi di una estensione dell’ombrello pubblico alle inadempienze probabili (Unlikely to pay, Utp), che si trovano nello scalino che precede la trasformazione in sofferenze. Si evita così il rischio dell’apparentamento, da parte delle agenzie di rating, degli Utp con gli Npl (Non Performing Loans, crediti deteriorati). Da ricordare che «tutte le banche italiane hanno utilizzato in maniera significativa la garanzia pubblica a partire dal 2016: secondo Pwc sono 39 le cessioni di crediti garantiti realizzate con Gacs fino ad oggi per complessivi 96 miliardi di euro lordi». Dai 17,4 miliardi del 2019 si è passati ai 15,8 miliardi del 2020, quando l’incidenza delle Gacs è stata del 39% contro il 47% dell’anno precedente.

COME GARANTIRE UN FUTURO PIU’ SOLIDO ALLE PMI?

Pmi

Un rapporto Cerved sulle performance operative e finanziarie di circa 160mila Pmi evidenzia che «la redditività lorda del campione è crollata da un -0,3% di media, già molto bassa, nel 2019 al -14,1% nel 2020», scrive il Sole 24 Ore. Inoltre, la leva finanziaria è passata tra il 2019 e il 2020 dal 59,5% al 68,7%, per cui un vero rafforzamento patrimoniale non c’è. Nel corso del 2022, poi, la disponibilità di garanzie statali, prestiti agevolati e denaro a basso costo si ridurrà. E molte aziende dovranno iniziare a rimborsare gli ingenti finanziamenti ricevuti. Quindi, cosa possono fare le piccole e medie imprese? Lo scrive il quotidiano economico: «Tre cose: la classe imprenditoriale deve capire che la gelosa tutela della propria identità e indipendenza non è più un bene da preservare a tutti i costi; le aziende devono capire che l’unica strada è crescere in taglia, ampliare il proprio modello di business e integrarlo aggregandosi in gruppi più grandi e competitivi; le imprese si devono aprire a capitali terzi, di altri imprenditori o di investitori specializzati».

QUANDO IL CAPITALE UMANO FA LA DIFFERENZA
Lo si legge sul Sole 24 Ore: «La strategia ritenuta migliore per un mercato del lavoro al

Scuola

passo coi tempi ruota attorno ad una tassazione inferiore e un raccordo maggiore sul tema della formazione fra scuola e imprese». Lo dice una ricerca condotta da Research&Analysis: la diminuzione del cuneo fiscale lo chiede il 34% degli intervistati, mentre il 20,6% si concentra sul miglioramento del raccordo fra sistema produttivo e formativo. La competitività passa, per il 20,6% del campione, dall’investimento in capitale umano, dalla diversificazione dei prodotti o dei servizi offerti (20%) e dall’aumento della tecnologia impiegata (19,9%). Solo il 9% indica il tema dei mercati esteri come una scelta vincente. E ancora: quali sono i fattori su cui l’impresa può contare e che costituiscono un elemento vincente rispetto ai concorrenti? La qualità dei prodotti e dei servizi offerti (91,6%), la professionalità dei lavoratori (87,6%) e il servizio al cliente (85,1%).

PIANO BOLLETTE: GLI SCONTI SARANNO ESTESI ALLE GRANDI IMPRESE

Gas

Il governo, domani, dovrebbe varare un nuovo decreto taglia-bollette. Lo si legge su La Stampa: «Confermati l’azzeramento degli oneri accessori, la riduzione dell’Iva sul gas e i bonus sociali per le piccole imprese e le famiglie. Ora ci si concentra sulle grandi imprese energivore, che rischiano di essere messe fuori mercato dall’impennata dei costi di luce e gas. A queste si dovrebbe fornire l’energia ad un prezzo equo su un orizzonte di più anni». I 5 miliardi del piano arriveranno, probabilmente, da un nuovo scostamento di bilancio. Nel frattempo, si insiste sul raddoppio dell’estrazione del gas dai giacimenti italiani: «Dai 3, 5-4 miliardi di metri cubi attuali ai 7-8 per poter coprire circa il 10% del fabbisogno nazionale che, nel 2021, è stato di 72 miliardi di metri cubi». La produzione di gas nazionale fa leva su Emilia-Romagna, Marche e Sicilia: in quest’ultima regione l’Eni ha già tutti i permessi. Sulle altre no, e qui la questione si complica perché «riprendere lo sviluppo e la produzione dei pozzi posti entro le 12 miglia dalla costa è complicato: dal 2019 le attività estrattive sono vietate».