La stretta monetaria soffoca le piccole imprese. A raccontare il fenomeno sono gli ultimi dati di Confartigianato: le realtà più piccole, nell’ultimo anno, hanno dovuto sostenere un aumento del costo del credito di 6,7 miliardi di euro. E i prestiti bancari sono crollati: – 8,2% per le aziende fino a 20 addetti e – 9,5% per le imprese artigiane. Le conseguenze pesano sulla gestione quotidiana delle aziende, che da un lato chiedono meno credito a medio e lungo periodo, e dall’altro riducono la spesa per gli investimenti. Gli imprenditori, insomma, si dimostrano prudenti perché in attesa di certezze per il loro futuro.
I PICCOLI IMPORTI E LE FINANZIARIE DEL CREDITO AL CONSUMO
I tre punti sui quali concentrarsi:
LE PROPOSTE DI CONFARTIGIANATO
LA RIFORMA DEL FONDO DI GARANZIA PER LE PMI
In questi ultimi anni, il Fondo di Garanzia ha svolto un’attività straordinaria perché è il principale strumento pubblico nazionale a sostegno dell’accesso al credito delle imprese di minori dimensioni. Dal 2000 al 2019 le garanzie deliberate dal Fondo hanno raggiunto i 97,3 miliardi di euro e nel 2020 e 2021, per effetto della crisi pandemica, sono aumentate fino a 173,5 miliardi di euro.
L’accesso al credito delle piccole imprese va affrontato anche con una riforma del Fondo centrale di garanzia, che si deve adeguare in modo strutturale alle mutate condizioni di mercato, cessando di operare “in emergenza”, e deve recuperare la sua funzione di sostegno a quelle imprese che incontrano le maggiori difficoltà nel rapporto con il canale bancario.
Se lo Stato deve impegnare ingenti risorse per garantire un’alta percentuale di garanzia, nell’ordine dell’80-90 per cento, queste devono andare essenzialmente a beneficio delle imprese meritevoli, ma escluse dai finanziamenti. Inoltre, devono essere superate le strettoie del credito ordinario con un intervento diretto del pubblico che, laddove il mercato ha dimostrato di fallire, possa intervenire a supporto delle micro e piccole imprese con un mix di strumenti di incentivazione e di credito agevolato, ispirato ad un’efficace azione di programmazione delle politiche di sostegno all’impresa diffusa.
LIQUIDITA’ IN CADUTA NELLE AZIENDE: L’ANALISI DEL CERVED
A fare scattare l’allarme sulla situazione, critica, delle imprese è anche il Cerved. Secondo l’ultima analisi dell’Osservatorio, la liquidità delle aziende italiane – per effetto della crescita dei costi e degli oneri finanziari - tira il freno. Così, se per le grandi imprese la contrazione è stata del 4,5% nel corso del 2022, per le Pmi si è fermata al 2,5%. Che, però, hanno dovuto affrontare un aumento dei debiti finanziari dell’8,4%. L’industria ha perso il 6,8% di liquidità e i servizi hanno registrato un calo del 5,6%. Solo le utility, grazie all’aumento dei prezzi energetici, hanno visto una crescita del 41,5%. L’aumento dei tassi di interesse, abbinati all’inflazione e alla crisi energetica, hanno portato le aziende a dilatare i tempi di pagamento: nelle grandi si è passati da 76 a 81,5 giorni, mentre le Pmi hanno aumentato ritardi e mancati pagamenti. Le conseguenze nel 2023? Il Cerved prevede, per il totale dell’economia, un tasso di crescita dei fatturati dell’1%, in decelerazione rispetto al 3,7% del 2022.