
Come sarà il mondo nel 2024 tra incertezze geopolitiche, scosse economiche e cambiamenti sociali? Le piccole e medie imprese come dovranno comportarsi? Ci sono strumenti che, più di altri, potranno aiutarle ad affrontare un futuro che, nonostante le numerose incognite, porterà a una crescita, possibilmente, duratura? Francesco Timpano, docente al Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali nella sede di Piacenza dell’Università Cattolica di Milano apre questa sua riflessione toccando i punti deboli dello scacchiere mondiale: «A livello globale, le analisi ci dicono di un 2024 non molto promettente con una crescita globale che scende al di sotto del 3% e quella dei Paesi avanzati che si colloca intorno all’1,4%. Unica eccezione gli Stati Uniti. Su queste performance pesa, e molto, l’andamento della Germania: ora in recessione ma con prospettive di miglioramento nel 2024. Poi c’è la Cina, che in termini di tassi di crescita registra un’ulteriore caduta e arriverà ad un +4,2%. D’altronde, con due conflitti bellici (quello tra Russia e Ucraina è nel cuore dell’Europa) il commercio mondiale non può che essere minacciato».
PIU’ CHANCE PER LE PICCOLE IMPRESE CHE LAVORANO SUL MERCATO INTERNO

Ma il vero campanello d’allarme è ancora l’andamento inflazionistico: la Banca Centrale Europea, per ora, ha bloccato l’aumento dei tassi di interesse, ma mai dire mai. Il professore è fiducioso: «Lo scotto dei tassi della Bce lo si doveva pagare perché, probabilmente già nel 2025, l’inflazione ritornerà alla soglia fisiologica del 2%. Un ridimensionamento importante, ma non pensiamo di poter tornare ai tempi pre-Covid con tassi quasi prossimi allo zero. E se le incertezze aumenteranno – la guerra tra Israele e Palestina, per ora, non ha avuto una escalation a livello regionale – i tassi verranno ritoccati al rialzo. In mercati che continueranno ad essere incerti e complessi, le piccole e medie imprese dovranno attrezzarsi».
I pericoli: «Quest’anno, la crescita sarà quasi del tutto dettata dai consumi interni e sempre meno dalla domanda estera, quindi a beneficiarne saranno le piccole e medie imprese che lavorano sul mercato interno. Le aziende che, invece, operano sui mercati internazionali soffriranno. Ricordiamo, infatti, che le Pmi italiane sono inserite per la maggior parte nelle supply chain tedesche ma anche in quelle cinesi: due Paesi che qualche problemino, come detto, lo devono affrontare».
MENO BANCOCENTRICHE E PIU’ MANAGERIALI
Tutto passa da una cassetta degli attrezzi ben fornita. Ma come e quando dovranno cambiare le

piccole e medie imprese? Il “come” si lega alla managerialità, alla capacità di svincolarsi dalle strette bancocentriche, all’importanza di assumere persone preparate e alla formazione e riqualificazione. Il “quando” si riassume in una sola parola: subito. Ancora il professore: «Se da un lato le Pmi sono dotate di quegli elementi di agilità che le rendono particolarmente flessibili, dall’altro devono affrontare anche i loro punti deboli. Il primo: la sottocapitalizzazione. La capacità delle piccole e medie imprese di restare sui mercati non può dipendere solo dal credito erogato dalle banche. Secondo: aumentare la propria capacità manageriale. Non sto dicendo che le Pmi devono guardare al modello Microsoft, ma gli imprenditori ancora oggi, spesso, tendono a fare da soli e a non considerare l’importanza dei legami in filiera».
TRANSIZIONE ECOLOGICA E ESG

C’è però un tema sul quale ancora non si è dibattuto ma che, da tempo, lo si considera il vero punto di volta del futuro imprenditoriale. Il 2024 delle piccole e medie imprese dovrà essere green. O, meglio, dovrà porre le basi per un cambiamento che farà la differenza nel fatturato: «La transizione verso un’economia sostenibile non è uno slogan – sottolinea Francesco Timpano - e non fa più parte di quelle belle cose che si dicono per infarcire un discorso economico. Su questo tema, la pressione sulle imprese si farà sempre più forte e chi deciderà di attendere ancora senza adattarsi, sperando in chissà quali ripensamenti da parte del legislatore, resterà spiazzato».
Le ragioni sono tante e comprensibili. E tutte si legano a quei principi ESG (Environmental, Social, Governance) che pretenderanno un vero cambio di marcia da parte di tutte le imprese, grandi e piccole, tanto negli standard di produzione quanto nelle regole di concessione del credito e nella rendicontazione. A porre i giusti accenti è il professore: «Nelle filiere, i principi ESG stanno diventando una regola: una piccola e media impresa che lavora per una grande industria non potrà farne a meno. Inoltre, cambiano i mercati ma anche i consumatori».
LE RISORSE UMANE FANNO LA DIFFERENZA
Tra gli strumenti sui quali dovranno fare leva le piccole e medie imprese nel 2024, c’è anche un

evergreen: le risorse umane. Il professore dell’Università Cattolica è convinto che «questo tema sarà il principale terreno di gioco delle imprese del futuro: come trovare le persone giuste, come mantenerle in azienda, come formarle».
Un problema trainato dai tanti dati demografici di cui saremo inondati nei prossimi mesi e che «richiede pesanti azioni di policy che, però, in questo momento non vedo. Le imprese dovranno sempre più scommettere sui giovani con programmi di inserimento adeguati, ma noto che le capacità di reazione degli imprenditori sono ancora limitate. D’altronde, l’economia italiana paga anni di scelte culturali e formative errate. Penso, per esempio, all’ampio bacino del manifatturiero: lavori che hanno perso credibilità, che ai giovani non piacciono, che si ritiene abbiano scarso appeal. E invece non è così. Bisogna fare di tutto - e qui la responsabilità non è solo della classe politica ma anche delle associazioni di categoria, delle scuole, delle università, degli enti locali – per invertire questa tendenza». Insomma, due sono i punti sui quali concentrarsi: «Capire dove sta andando il mondo e adattarsi di conseguenza».
Davide Ielmini