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Giacimenti del gas bloccati e risparmio energetico nella Pa: che ne sarà della nostra economia?

Giacimenti del gas bloccati e risparmio energetico nella Pa: che ne sarà della nostra economia?

GAS E PETROLIO, ONDATA DI REVOCHE SUI GIACIMENTI
Lo scrive Il Sole 24 Ore: «Dopo l’entrata in vigore del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), che definisce le aree in cui è consentita l’attività di ricerca e produzione di idrocarburi, il Mite ha emanato una raffica di provvedimenti di rigetto delle istanze di permessi di ricerca a terra e in mare. Solo tra il 7 marzo e il 14 marzo ne sono stati firmati 37. Saranno 42 le bocciature di diritti di ricerca su 45 nuovi impianti. Delle 123 concessioni minerarie, di cui 108 relative al gas, oltre il 70% ricadrà nelle aree definite “non idonee”. Di quelle 108 concessioni 20 saranno revocate, 36 saranno soggette a verifica, 31 a limiti che congelano ogni investimento. In sintesi: solo 21 giacimenti su 108 non avranno problemi». Nelle aree “non idonee” rientrano le zone in mare troppo vicine alla costa, i centri abitati, le colture di pregio, le riserve naturali esistenti. Così, «mentre l’Europa impazza alla ricerca di soluzioni per poter rinunciare al metano russo, l’Italia chiude i suoi giacimenti» con i quali, invece, tentare quella autonomia energetica più che mai preziosa. Ecco allora congelati il giacimento Giulia nel mare davanti a Rimini (500 milioni di metri cubi di metano di prima qualità), il Bonaccia nell’Adriatico (ora presidio ambientale) e quello nel Canale di Sicilia, «perché l’attività in mezzo al mare non è allineata con gli usi e i costumi della popolazione locale». Diverse compagnie petrolifere stanno impegnando schiere di avvocati per fare ricorsi contro il Pitesai.

UN GRADO PER RISPARMIARE. CAMBIA LA TEMPERATURA NEGLI UFFICI PUBBLICI

Gas

Si legge su La Repubblica che «se l’Europa, con il consenso dell’Italia, interrompesse le forniture di metano da Mosca, si precipiterebbe in uno scenario da austerity energetica, con razionamenti e pesanti conseguenze dall’autunno. L’ipotesi appare ad oggi remota, ma l’asticella del piano d’emergenza energetica è già stata alzata dal governo al livello di preallarme». Così, il governo alza le temperature dei condizionatori e abbassa quelle dei termosifoni: «Lo fa per ora solo negli edifici pubblici, dagli uffici alle scuole. I privati possono continuare a fare come prima, a casa o in azienda. Nella Pa, invece, dal primo maggio scatta la tagliola: l’aria condizionata dovrà essere impostata a 27 gradi, con un margine di tolleranza fino a 25 gradi, mentre il riscaldamento - fino al 31 marzo - non potrà eccedere i 19 gradi, con un margine di tolleranza fino a 21 gradi». Passare al grado successivo di allarme, per fare fronte ad una brusca riduzione delle forniture, vorrebbe dire abbassare l’illuminazione e i consumi in tutti gli edifici pubblici. E la tagliola, poi, riguarderebbe anche i privati. L’Italia si è già mossa: Roma ha preparato un piano per ridurre i termosifoni pubblici e privati di due gradi, Torino ha iniziato con l’abbassare di due gradi la temperatura negli uffici comunali: «Ma basterebbe un grado, in case e uffici - secondo l’Agenzia internazionale dell’energia - per risparmiare il 7% di gas».

CHE NE SARA’ DELLA NOSTRA ECONOMIA?
Quali gli effetti di una guerra in Europa sulle attività produttive? La domanda se la pone

Inflazione

Italia Oggi e a rispondere sono economisti (del Comitato economico e sociale europeo e del Comitato esecutivo della Banca centrale europea) e docenti universitari. Tutti concordano nel dire che «l’inflazione che si è infiammata sulla scia del caro-prezzi dell’energia e della materie prime erode la capacità di spesa delle famiglie e rischia di terremotare gli assetti produttivi». La guerra tra Russia e Ucraina espone ad una straordinaria incertezza che si abbatte in un contesto in cui la crisi delle filiere di approvvigionamento, e l’impennata dei costi nel settore energetico, stavano già provocando un aumento generalizzato dei prezzi di tutti i beni e i servizi. La vigorosa ripresa dell’inflazione ha posto le banche centrali di fronte ad un dilemma: «Da un lato, evitare che la crescita dei prezzi venga incorporata nelle aspettative, dando luogo ad una spirale prezzi-salari, dall’altro evitare una stretta monetaria poco giustificabile». Le macroconseguenze sono due: «L’accelerazione del processo di deglobalizzazione della politica e della società, dell’economia e della finanza, degli scambi e degli strumenti di pagamento, delle imprese e delle filiere digitali di Internet in particolare. E l’accelerazione del potenziamento del mondo crypto». Inoltre, anche se l’Italia sta trattando con Algeria e Azerbaijan per la fornitura di gas, l’aumento dei prezzi rimarrà un trend in crescita.