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I tassi della Bce portano al 4,90% i prestiti alle imprese: in calo investimenti e domanda di credito

I tassi della Bce portano al 4,90% i prestiti alle imprese: in calo investimenti e domanda di credito

Facciamo due conti: i prestiti alle imprese, nel mese di marzo di quest’anno, sono arrivati al 4,90%. L’aumento è di 275 punti base in un anno. Cosa significa per l’economia italiana? Con il costo del credito che si alza, diminuiscono gli investimenti e si dilata la spesa pubblica per interessi. Che nel 2023 è il 4% del Pil: la più alta in Europa.
Si accende la riflessione sul rialzo dei tassi che la Banca centrale europea sta mettendo in atto per arginare l’inflazione: in soli dieci mesi l’incremento è stato di 375 punti base. E, inevitabilmente, con il costo del denaro che va alle stelle, la domanda di credito diminuisce mettendo a serio rischio la tenuta della gestione imprenditoriale: sempre nel mese di marzo, i prestiti alle aziende sono diminuiti dell’1%; in lieve peggioramento rispetto al mese precedente (-0,5%).

QUANTO DURERÀ LA STRETTA MONETARIA?
A comandare è l’andamento dell’inflazione che in Europa, a fine 2023, si prevede dovrebbe arrivare al 2,6% e, a fine 2024, al 2,3%. Dunque, sempre più vicina al target di sicurezza che la Bce ha fissato al 2%. Ma fino ad allora, il Consiglio della Banca centrale europea seguirà “un approccio guidato dai dati per determinare livello e durata adeguati della restrizione”.

COME E DOVE VA L’INFLAZIONE?
Una cosa è certa: una nuova accelerazione dei prezzi di corrente elettrica e gas ha portato nuovamente ad un rialzo del trend inflazionistico. In Italia, è passata dall’8,1% all’8,7%, mentre nell’Eurozona l’incremento è stato del 7%. A dare indicazioni più precise è però l’inflazione di fondo, che esclude prezzi di energia, cibo, alcol e tabacco: quelli che tendono ad essere più volatili di altri. Infatti, questa rallenta sia in Italia, passando da un +6,8% ad un +6,7% - che in Europa (da 7,5% a 7,3%). Una frenata che, se si dovesse consolidare, potrebbe incidere sulle future decisioni delle autorità monetarie europee.

LE DIFFERENZE TRA ITALIA ED EUROZONA
L’inflazione in Italia è di 1,7 punti superiore alla media dell’Eurozona, ma il dinamismo dei prezzi dei beni energetici (+14,3 punti) nel nostro Paese genera un’inflazione maggiore di ben 12 punti rispetto a quella dell’Eurozona per quanto riguarda le spese per casa, acqua, elettricità e combustibili. E questa differenza con l’Europa incide seriamente sulle nostre imprese del manifatturiero che, pagando maggiori costi energetici, perdono competitività. Ma ad aumentare, in Italia, è anche l’inflazione sui trasporti (2 punti in più) e ricreazione, spettacoli e cultura (+0,9 punti). Sugli altri capitoli di spesa, invece, i prezzi in Italia salgono meno della media europea e la stessa inflazione di fondo è inferiore di 0,6 punti.

L’INFLAZIONE SUI TERRITORI
In base ai dati Istat, una quota di inflazione più alta rispetto a quella nazionale si registra in nove regioni italiane: al top della classifica si trova la Liguria con il 9,7% (mese di aprile); chiude il Trentino Alto-Adige con l’8,2%. Per quanto riguarda i capoluoghi delle regioni e delle province autonome, e i comuni non capoluogo di regioni con più di 150mila abitanti, il maggior incremento inflazionistico colpisce Genova, Palermo, Messina, Catania e Milano (entrambe con un +9%), Firenze, Ravenna e Torino, Bolzano e Livorno, Modena. Ma ci sono anche territori dove gli andamenti sono più contenuti: da Catanzaro, con un incremento del 6,8%, a Potenza con il 5,8%.