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Imprese e transizione ecologica: l'etica aiuta il business. E in azienda arrivano nuove competenze

Imprese e transizione ecologica: l'etica aiuta il business. E in azienda arrivano nuove competenze

“Riusare, riciclare e recuperare ha un valore ambientale e culturale, ma spaventa chi produce perché la transizione ecologica presuppone di produrre e consumare meno (ma meglio). Eppure, se produci, usi, riusi, ricicli e ripari puoi anche arrivare a formare nuove figure professionali in grado di aumentare il valore di un oggetto”. A dirlo è Marco Zanini, architetto, tutor universitario nei corsi di tecnologia per il riuso e il recupero dei materiali e di economia circolare, titolare della Re-Sign Srl, start up che si dedica al recupero di rifiuti nel settore edile e artigianale. E di transizione ecologica se ne parla nel podcast del progetto CreSo (Crescita Sostenibile) anche con Federica Luzardi della A.E. Appliances Engineering e Filippo Piotti della Art Nova.

Ascolta "Creso, crescita sostenibile in economia" su Spreaker.

TRANSIZIONE GREEN TRA CULTURA AZIENDALE E VOGLIA DI CRESCERE
Le imprese considerano la transizione verde un’opportunità di cambiamento: se da un lato si interrogano su come poter entrare nei meccanismi di questa rivoluzione, dall’altro sanno che lo switch dalle abitudini attuali della produzione e del consumo a quelle di un mondo green non sarà immediato. E che prima di agire sui processi, dovranno intraprendere un percorso – insieme a fornitori e clienti – di cultura aziendale. In prima linea, però, ci sono proprio loro. Quelle micro e piccole imprese che, per il 40,6%, stanno cercando profili dotati di competenze legate alla sostenibilità ambientale. Un impegno che supera, di ben dieci punti percentuali, quello delle imprese più strutturate con oltre 50 dipendenti. Nel tempo, inoltre, l’interesse delle micro e piccole imprese verso queste competenze ha registrato un incremento di 4,6 punti rispetto al 2017 e di 1,2 punti rispetto al 2019.

IL BUSINESS PASSA DALLE NUOVE COMPETENZE
D’altronde, in questa ricerca di sostenibilità c’è una parola che Marco Zanini ripete più volte: business. Perché è business lo scouting di materiali; lo è la catena riparazione-riciclo-riprocessamento dei materiali; lo è il ripensamento delle discariche e, infine, lo è la trasformazione della infrastruttura, nel suo senso più generale, che porta dalla produzione allo smaltimento.
La transizione non è cosa immediata perché necessita sì di nuovi paradigmi organizzativi, “ma anche di investimenti che richiedono risorse economiche di cui le micro e piccole imprese spesso non sono dotate”.

SERVE UN SUPERBONUS R&S E INCENTIVI PER GIOVANI SPECIALISTI
Lo sottolinea Federica Luzardi, amministratore delegato della A.E. Appliances Engineering dove si fa progettazione, design e prototipazione di elettrodomestici. Nella vita di questa impresa, l’attenzione nei confronti dell’ottimizzazione funzionale e della riduzione dei consumi dei prodotti c’è sempre stata. E fa il paio con il concetto più ampio di economia circolare: nel processo, nello studio, nello sviluppo, nella manutenzione e nella vita del prodotto. Approcciare la transizione ecologica, però, “richiede investimenti iniziali che le Mpi fanno molta fatica a sostenere. E’ per questo che ritengo sia importante un’attenzione concreta da parte delle istituzioni”, continua l’imprenditrice. Ecco come: “Ci vorrebbe un Superbonus per la Ricerca e Sviluppo, incentivi fiscali per creare impianti e processi sostenibili all’interno delle imprese, risorse per dotarsi di dispositivi che riducano l’impatto ambientale e, infine, un incentivo fiscale per assumere figure che all’interno delle aziende si assumano la responsabilità della transizione con le competenze adeguate”. Le prospettive offerte dalla rivoluzione verde non sono solo etiche, ma anche economiche.

DAL PRODUCT PASSPORT AL MISURATORE AMBIENTALE: NON SOLO ETICA
Lo sostiene anche Filippo Piotti della Art nova dove si producono divani, poltrone e arredamenti d’arredo: “Ogni imprenditore deve porre attenzione a ciò che produce, al tipo di prodotto e alla vita che questo avrà. Sono due i momenti sui quali concentrarsi: quando si produce l’oggetto – cioè porre attenzione al migliore utilizzo dei materiali e al riciclo degli scarti di lavorazione – e quando il prodotto avrà un fine vita”. Sotto i riflettori, Filippo Piotti pone la possibilità di “disassemblare il prodotto e dare una seconda vita ai suoi componenti”. Una scelta, quella della sostenibilità, che incide anche sull’aumento della reputazione aziendale perché è una scelta etica e perché comunica che i prodotti sono ben progettati, danno benessere a chi li usa e non impattano sulla salute del Pianeta. Per farlo, però, imprenditori, fornitori e clienti devono correre sulla stessa linea. Perché se investire in una produzione sostenibile non abbatte i costi nel breve periodo, garantisce però un’altra vita ad un prodotto che, “magari fra dieci anni, potrà essere riutilizzato per altrettanto tempo”. Per il titolare di Art Nova, la transizione ecologica si sposa a quella digitale. E’ qui che Filippo Piotti pensa ad un “product passport che possa registrare, catalogare e archiviare tutti i materiali che compongono l’oggetto. Un insieme di dati, come se si trattasse di una carta di identità, che descrivono i componenti del prodotto e il modo in cui possono essere disassemblati per dare un valore in più all’oggetto nel momento del suo riciclaggio/riutilizzo. Infine, perché non pensare anche ad un misuratore dell’impatto ambientale del prodotto? Questo darebbe più garanzie e consapevolezza ai consumatori all’interno di un pensiero di etica ambientale condivisa”. E la stessa azienda che lo adotterebbe potrebbe trarne un vantaggio. Economico.