
GAS USA PIU’ COSTOSO DEL RUSSO: SALASSO DI ALMENO IL 50% IN PIU’
Si legge su Il Sole 24 Ore che «per l’Europa importare gas dagli Stati Uniti è un paracadute indispensabile ma anche costoso: chi ha comprato Gnl “made in Usa” a dicembre ha speso almeno il 50% in più rispetto a chi si è rifornito dalla Russia. Ma qualcuno ha sborsato anche il quintuplo di quanto avrebbe pagato a Gazprom». E questo perché la filiera è lunga e complessa: dai giacimenti, il gas dev’essere trasferito a impianti speciali, dove viene liquefatto a una temperatura di 162 gradi sottozero che ne riduce il volume di circa 600 volte, poi c’è il trasporto su navi metaniere e infine, una volta a destinazione, bisogna rigassificare il carico. «La spesa – continua il quotidiano economico – dipende da quando e da come si effettua l’acquisto di gas, se si compra in modo occasionale (sul mercato spot) o con un contratto pluriennale (abbonamenti a 20 o 30 anni) che può avere condizioni molto diverse a seconda del fornitore e del cliente. E i dettagli sono coperti in modo più o meno fitto da segreto commerciale. Inoltre, comprare Gnl Usa è stato ancora più oneroso per chi non si è rivolto direttamente ai produttori: in Italia solo Enel, attraverso Endesa, ha un contratto per rifornirsi dall’impianto texano di Corpus Christi di Cheniere Energy». Il Gnl a stelle e strisce è più flessibile perché viaggia per mare, ma ci sono costi extra: «In Italia, per scaricare il Gnl, rigassificarlo e immetterlo in rete si pagano circa 4 milioni di euro per una nave spot da 150mila metri cubi liquidi. Che allo stato gassoso diventano 90 milioni. Più complesso valutare il trasporto marittimo dagli Usa: fanno altri 2,8 milioni di euro usando la media dei noli spot degli ultimi 12 mesi moltiplicata per 29 giorni (andata e ritorno, perché la nave torna vuota, più i tempi di caricazione)».
LA GELATA EUROPEA: GERMANIA A RISCHIO STAGFLAZIONE

Si legge su MF-Milano Finanza che «Berlino riceve il 55% del gas naturale, il 52% del carbone e il 34% del petrolio dalla Russia: se l’approvvigionamento venisse tagliato nel breve termine, la previsione di una crescita debole potrebbe diventare realtà». La Germania, prima economia della Ue, sconta la dipendenza energetica da Mosca. A registrare la crisi è il dato sulle attese economiche del Paese, l’indice Zew, «che ad aprile è sceso a -41 punti, a livelli non distanti dal -49,5 di marzo 2020, primo mese di pandemia da Covid-19». Sulla Germania aleggia lo spetto della stagflazione: i dati preliminari sull’aumento dei prezzi di marzo hanno segnato un incremento su base annua del 7,3%, in accelerazione dal +5,1% del mese precedente. L’incremento dei costi dell’energia è determinante: a marzo è stato del 39,5%. E così le stime di crescita del Pil tedesco sono passate dal 4,6% all’,1,8%: «La partita, per la Germania e di riflesso per l’Europa, è economica e anche geopolitica: la prospettiva di una stagflazione, nei prossimi mesi rimane viva».
CREDITO ALLE IMPRESE PIU’ DIFFICILE
Scrive MF – Milano Finanza che «le banche dell’Eurozona stringono i cordoni della borsa

per imprese e famiglie visto il contesto di alta incertezza economica. Gli standard di credito per le aziende (i criteri di approvazione dei prestiti da parte delle banche) sono stati inaspriti nel primo trimestre 2022». Alla base della stretta creditizia ci sono la minore tolleranza al rischio, le interruzioni alla catena di approvvigionamento e i prezzi elevati dell’energia e dei fattori di produzione. Ai quali si aggiungono le preoccupazioni della Bce per un’economia in rallentamento colpita da un’inflazione al 7,5%. Per il secondo trimestre 2022, quindi, si prevede un inasprimento netto e considerevolmente più forte degli standard di credito per i prestiti da parte delle imprese. Però, le previsioni dicono che continuerà l’aumento netto della domanda di finanziamenti da parte delle aziende. La posizione di Bankitalia è che «nel primo trimestre i criteri di offerta sui prestiti alle aziende hanno registrato un lieve irrigidimento. Nel trimestre in corso, la domanda di prestiti bancari da parte degli imprenditori è lievemente diminuita, nonostante una maggiore necessità di scorte e capitale circolante».