
Dove se n’è andato quel capitale umano di cui hanno grande bisogno le imprese?
Se da un lato l’incremento dell’occupazione giovanile, nel nostro Paese, registra tassi superiori rispetto alla media europea, dall’altro c’è una riserva che rischia di essere sprecata perché un quarto dei giovani tra i 25 e i 34 anni è inattivo. I Neet, questo l’acronimo che definisce il piccolo esercito di chi ha abbandonato gli studi, non si forma e non cerca neppure lavoro, sono quasi un milione e mezzo: il 24,2% della popolazione; una quota di 10,1 punti al di sopra della media europea che si colloca al 14,1%.
Così l’Italia occupa il primo posto, maglia nera in Europa, per numero e peso degli inattivi contro una Germania che registra il 12,5%, la Spagna con il 13,5% e la Francia con il 12%. Tutto questo, ed è un paradosso, accade in un momento storico in cui la crisi demografica ostacola la continuità delle imprese e incide su quella staffetta generazionale che è fondamentale per scommettere sul futuro e agganciare le sfide del green e del digitale.
I NEET SUI TERRITORI
Se prendiamo a riferimento il secondo trimestre 2024, notiamo che il Mezzogiorno, con poco più di un terzo (35,3%) della popolazione di giovani 25-34 anni, concentra il 54,6% degli inattivi con un tasso di inattività che sale al 37,5% - più del doppio del 17% - del Centro-Nord.
L’inattività si sposa anche alla disparità di genere perché gli inattivi tra le donne sono il 31,2%, quasi il doppio di quello degli uomini. Nel Mezzogiorno sale al 46,5%, mentre nel Centro-Nord è del 22,8%.
LE RAGIONI DELL’INATTIVITA’
E’ lecito scavare nelle ragioni sociali, più diffuse tra la popolazione femminile, che negli anni hanno aumentato questo fenomeno: l’effetto di scoraggiamento dei giovani, che dichiarano di non cercare lavoro perché convinti di non trovarlo; l’eccessivo ritardo negli studi universitari; i sussidi pubblici che disincentivano l’offerta del lavoro e la diffusione del sommerso e del lavoro irregolare.
La gravità del problema si somma ad altri ostacoli che incidono sulla vita economica imprenditoriale: da un lato le figure professionali strategiche si trovano a fatica e dall’altro la fuga dei cervelli, che sembra non trovare soluzione.
L’OCCUPAZIONE GIOVANILE AUMENTA?
Le buone notizie ci sono, ma sono buone solo a metà: nonostante i conflitti, la crisi energetica, l’inflazione galoppante e la stretta monetaria, in Italia l’occupazione dei giovani è cresciuta ad un tasso doppio della media europea. Tra il 2021 e il 2024, gli occupati under 35 in Italia sono saliti di quasi mezzo milione (454mila), pari ad un incremento del 9,2%, un tasso doppio rispetto al +4,6% della media UE e superiore al +4,9% della Francia e al +4,5% della Germania.
Però, il tasso di occupazione degli under 35 italiani nel secondo trimestre del 2024 è del 45% e rimane di 13,7 punti percentuali inferiore al 58,7% della media UE a 27.
Il mercato del lavoro si presenta comunque dinamico su tutto lo Stivale: il Centro vede una crescita del 10,1%, il Nord-Ovest del 9,6% e nel Mezzogiorno e Nord-Est dell’8,6%. In questo, il nostro Paese supera la media europea e i Paesi forti della Ue.
LA PRODUTTIVITA’ E I FLUSSI MIGRATORI
Insomma, tra le transizioni ecologica e digitale c’è anche quella demografica che, spinta da bassa natalità e invecchiamento della popolazione, impatta direttamente sull’offerta del lavoro. Un puzzle nel quale le caselle mancanti rendono sempre più difficile arrivare a comporre il disegno compiuto dell’economia italiana, caratterizzata anche da un basso profilo di produttività e legata, a questo punto, anche alla quantità e qualità dei flussi migratori in ingresso e uscita (vedi la fuga dei cervelli).
I GIOVANI ITALIANI ALL’ESTERO E IL BRAIN GAP
Nell’ultimo decennio le nuove generazioni italiane hanno guardato al di là dei nostri confini per trovare condizioni di lavoro e di vita migliori. Tra il 2013 e il 2022, dal nostro Paese se ne sono andati 352mila giovani di 25-34 anni: il 37,7%, più di 132mila, sono laureati. I rimpatri di giovani della stessa fascia d’età sono circa 104mila, di cui oltre 45mila erano i laureati: la differenza tra i rimpatri e gli espatri dei giovani laureati genera una perdita complessiva – una sorta di ‘brain gap’ – di oltre 87mila giovani laureati.