
Cosa è il lavoro oggi ma, soprattutto, come e dove si trova? Quali sono le competenze necessarie? Come, e secondo quali modelli, si possono formare i giovani? Siamo irrequieti e insoddisfatti, oppure a tal punto motivati da sposare l’alta mobilità nell’occupazione?
Great resignation e Yolo Economy: il lavoro che piace non è quello meglio retribuito
Lavori e flussi delle persone sono cambiati, e non solo con la complicità della pandemia: forse ci sono meno operai e più servizi. Che nascono attorno a quelle che si definiscono città-grappolo (cluster) nelle quali si aggregano le imprese più tecnologiche che danno lavoro a tutti. A chi è qualificato e a chi lo è un po’ meno. Ma anche fuga dalle città per contrastare un fenomeno che dagli Stati Uniti d’America è arrivato anche in Italia: quello della “great resignation”. Infatti, sono sempre più i lavoratori che lasciano il proprio posto di lavoro perché – secondo il mantra della Yolo Economy – si vive una sola volta, “you only live once”. Quindi, si cerca un nuovo lavoro. E non necessariamente per guadagnare di più. Anzi, tra i principali motivi della “resignation” c’è un’occupazione più umana, diversa, senza dubbio più vicina a quello che si pensa sia il nostro talento. Un lavoro creativo, sostenibile, spesso da remoto.
Via dal lavoro ma anche dalle grandi città: tra south working e north working
Accade anche in Europa e in Italia? Sì. Secondo il Workmonitor di Randstad, ricerca su 34 Paesi, per il 77% degli italiani “il lavoro è importante nella vita”, ma per il 60% è più importante la vita personale di quella lavorativa. Da qui la scelta: il 36% dei giovani ha già abbandonato il proprio posto di lavoro perché poco si adatta alla loro vita privata. Nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, la percentuale sale al 51%. E se da un lato sta prendendo piede anche il fenomeno del “south working” – si parte dal Sud per andare al Nord, ma poi si fa ritorno – dall’altro si riscoprono le aree minori, cioè i borghi. Ma anche su questo non mancano le riflessioni, perché se per un italiano il “borgo” può essere il paese, per un americano di New York – o altro – il piccolo centro è Milano, la Brianza o Venezia (sempre più gettonate per chi cerca intensità nei flussi sociali e di lavoro, servizi, infrastrutture ma anche qualità della vita). Torino e Roma non decollano, ma Bruxelles in questi ultimi anni si sta prendendo tutte le soddisfazioni possibili grazie al suo “rinascimento tecnologico”. E rilancia, così, il “north working”.
Il lavoro parte da un’istruzione non più di massa o standardizzata
Il lavoro, però, si trova solo se si potrà valorizzare appieno l’istruzione nel mercato del lavoro. Spina nel fianco dell’Italia sulla quale interviene il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), dedicando al diritto allo studio 500 milioni di euro in borse di studio. D’altronde, lo si scrive sempre più spesso, di fronte alle sfide aperte dalla transizione digitale e da quella green le imprese hanno sempre più bisogno di figure che abbiano competenze nuove e sempre più dettagliate. E per superare l’annoso problema dello skills gap e skills mismatch – la mancanza o il disallineamento tra i profili ricercati e quello disponibili – si riflette su come un modello di istruzione di massa e standardizzata non possa più rispondere alle esigenze imprenditoriali. In estrema sintesi, istruzione e mondo del lavoro devono essere pensati, e vissuti, come una dimensione unica. A maggior ragione in un mercato del lavoro dove la formazione continua è già un must.
Pay-by-success: nuovi percorsi per finanziare l’istruzione
Da qui la proposta – di cui si scrive nel volume “Il Reddito di Istruzione” – di finanziare l’istruzione con strumenti di pay-by-success. Di cosa si tratta? E’ un sistema che permette agli enti formativi di anticipare le spese di istruzioni a chi decide di formarsi: questi, a loro volta, parteciperanno al percorso con una piccola percentuale del loro reddito (nel caso ne abbiano uno). Il rischio è condiviso tra studente ed enti formatori (o investitori) e, inoltre, gli studenti finanziati che entreranno nel mercato del lavoro grazie alle competenze acquisite, contribuiranno – con i loro rimborsi – a sostenere anche chi verrà dopo di loro. Chi non riuscirà a trovare un’occupazione, invece, è come se avesse ricevuto una borsa di studio.