
La nona edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) elaborato dall’Istat scatta una fotografia a tinte drammatiche dell’Italia postnchieste pandemia: i giovani soffrono perché il disagio aumenta. Nell’Italia che tenta di risollevarsi dal Covid, con i decreti che la traghettano lentamente al di fuori dell’emergenza, Mezzogiorno, donne e giovani rischiano di essere lasciati indietro.
IN ITALIA, UN GIOVANE SU QUATTRO E’ NEET
Il mix tra lockdown (che hanno ridotto le relazioni e le opportunità) e didattica a distanza ha distrutto la fibra sociale (tra gli adolescenti è calata la soddisfazione per il tempo libero, per le relazioni amicali e la partecipazione sociale) e formativa: secondo l’Istat, in Italia quasi un giovane su quattro di età compresa tra 15 e 29 anni non studia né lavora. Così nel 2021, sotto la sigla Neet – Not in education, employment or training – si ritrova il 23,1% dei ragazzi sotto i trent’anni. Un indicatore di malessere, senza dubbio, che cala rispetto al 2020 ma che, però, resta al di sopra dei livelli precedenti alla pandemia: nel 2019 era al 22,1%. Il dato più alto tra tutti i Paesi europei.
Un risultato, questo, anticipato dal report “Neet working” elaborato dal ministero per le Politiche giovanili dove si dice che in Italia i giovani che non lavorano e non studiano, nella fascia d’età 15-34 anni, sono più di 3 milioni con una prevalenza femminile pari a 1,7 milioni.
IL PRIMATO VA ALLE DONNE
Le ragazze che non fanno formazione e che non lavorano sono il 25% (nel 2020 erano il 25,8%), mentre gli uomini raggiungono quota 21,2% (21,8% due anni fa). Il calo, però, non compensa l’incremento di Neet raggiunto nel primo anno di pandemia. Nel primo trimestre del 2021, l’incremento dell’incidenza dei Neet è più alto in Italia che nel resto della Ue27: rispettivamente +0,6 punti e +0,1 punti rispetto al trimestre precedente. Ed è più alto tra le femmine che tra i maschi: +1 punto rispetto a +0,2 punti.
POCHI LAUREATI E ABBANDONO SCOLASTICO
Inoltre, durante la pandemia l’8,6% degli studenti italiani non ha potuto usufruire della didattica; un dato che sale al 17,1% se consideriamo gli alunni delle scuole elementari. C’è di che preoccuparsi, e tanto, perché nessuna formazione significa anche un forte calo delle competenze che andrà ad incidere sulla quota dei futuri occupati. Secondo primato, negativo, del Bel Paese: i giovani in possesso di un titolo di studio terziario con età compresa tra i 30 e i 34 anni, sono il 26,8%. La media europea è del 41%. E anche i laureati non sono messi bene: il lento ma costante aumento della loro quota, si è interrotto. Solo le regioni del Mezzogiorno, poi, nel 2020 hanno perso 21.782 giovani in possesso di una laurea. Ma tra le criticità che rischiano di bloccare la crescita del nostro Paese c’è anche l’elevato abbandono dei percorsi scolastici: nel 2021, il 12,7% dei giovani in una fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni ha lasciato la scuola senza neppur aver conseguito un diploma. Il limite massimo di abbandono fissato dall’Unione Europea è del 10%.
OCCUPAZIONE E POVERTA’
Più ombre che luci, insomma, nel quadro economico di un’Italia che vede sì aumentare il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni - nel 2020 è salito al 62,7% (+0,8 punti percentuali) – ma senza poter raggiungere i dati del 2019. E se da un lato il lavoro aumenta, a crescere è anche la precarietà dei contratti. Infine, il Bes si concentra anche sulla povertà che sta colpendo soprattutto donne e giovani. Nel Mezzogiorno, la quota sale: i minori poveri sono il 14,2%, mentre i giovani tra i 18 e i 34 anni arrivano all’11,1%. Le persone povere sono in crescita di 196mila unità.