Innovazione, Pmi sempre più spaccate: «Recuperare subito o si esce dal mercato»

La seconda rilevazione dell’Innovation Index di InnoVaUp rileva la difficoltà di tre imprese su cinque sul fronte digitalizzazione. «Chi cambia esce prima dalla crisi ma serve un sostegno». Spinte verso la transizione ecologica

Conferenza stampa Davide Galli e Angelo Bongio

IN SINTESI

  • C'è una differenza sempre più marcata tra aziende digitalizzate e avviate alla transizione ecologica e aziende non incanalate lungo la strada dell'innovazione
  • Il gap si aprirà in modo sempre più marcato fino ad avere effetti dirompenti da qui al 2023
  • Quattro i fronti di sviluppo: la gestione aziendale e del personale, i processi produttivi e la transizione ecologica
  • Indispensabile accompagnare i processi di innovazione: le aziende non vanno lasciate sole
  • Non esiste un solo modello di innovazione: occorrono processi tailor made
  • Il pnrr da solo non basterà: un ruolo fondamentale lo avrà la formazione

L'ARTICOLO COMPLETO

C’è una crepa che il Covid ha allargato fino a trasformarla in un pericolo per la tenuta del tessuto economico così come lo conosciamo oggi: è quella che ha separato nell’ultimo anno in mezzo in modo sempre più marcato le piccole e medie imprese avviate con decisione a processi di innovazione digitale ed ecologica (all’incirca due imprese su cinque) e le aziende che faticano a intercettare il cambiamento, a discapito della competitività su mercati e della sopravvivenza stessa nella catena di fornitura.

A rilevarlo è la seconda edizione dell’Innovation Index, nato nel 2019 nell’ambito del progetto InnoVaUp dalla collaborazione tra Artser e Faberlab per rilevare la maturità digitale (e non solo) delle Pmi e accompagnarne il processo di sviluppo attraverso diagnosi del bisogno e proposte di intervento personalizzate. Cinquanta le aziende mappate nella prima fase, 150 nella seconda, caratterizzata dal più imprevedibile degli acceleratori del cambiamento: la pandemia.

PREOCCUPAZIONE PER CHI NON EVOLVE

Innovazione

«Il virus non ha fermato il processo di indagine ma lo ha cambiato – rileva il presidente di Confartigianato Imprese, Davide Galli – E a stupirci sono state soprattutto le reazioni delle aziende e la forte divaricazione tra quante hanno scelto di rompere le resistenze e assecondare velocemente la trasformazione digitale e quante, di contro, non sono riuscite a cambiare direzione e faticano a imboccare la strada dell’evoluzione». Il blocco di alcune attività, e il rallentamento del lavoro, hanno generato in alcuni settori produttivi e di servizio un circuito vizioso – economico e di prospettiva - pericoloso per il tessuto economico, che ha messo su due sponde opposte gli imprenditori che sono usciti dalla crisi, e stanno raccogliendo i frutti degli investimenti in innovazione, e quelli sui quali grava un’incertezza che – ipotizza l’innovation manager Angelo Bongio - «da qui al 2023 avrà effetti dirompenti». Se non addirittura prima. Ed è questa la deriva alla quale Confartigianato Varese non vuole arrivare.

Soprattutto nei settori maggiormente esposti ai venti del cambiamento dettato/imposto dal Covid e del riassetto economico mondiale: il manifatturiero e la casa (costruzione e impianti) in primis, dove prevalgono – come emerge dall’Innovation Index – le imprese con elevata capacità di personalizzazione dell’offerta e grande flessibilità produttiva.

QUATTRO FRONTI DI AZIONE
«L’obiettivo è agire su quattro fronti: la gestione aziendale e del personale, i processi produttivi e la transizione ecologica, l’elemento di maggiore attualità tra i quattro, in merito al quale notiamo un interesse crescente da parte delle aziende (gestione dei rifiuti industriali ed efficientamento energetico dei plant produttivi sono i trend crescenti) e sul quale ci concentreremo nella terza fase del nostro progetto di assessment e consulenza personalizzata» prosegue Galli, indicando le note positive emerse dal checkup effettuato in epoca Covid: la propensione alla collaborazione e alla partnership e l’attenzione alla formazione permanente non obbligatoria indispensabile ad acquisire le skills necessarie a innovare o trasformarsi.

Di contro restano bassi il livello di integrazione tra i macchinari utilizzati in azienda (29% assente – 42% base) – che è alla base di impresa 4.0 - così come la propensione all’innovazione (basica per il 56% delle imprese).

«E’ evidente che c’è ancora molto da fare, ed emerge dalla nostra indagine la necessità di accompagnare i processi di innovazione, digitale ed ecologica, delle aziende che ad oggi hanno evidenziato un “livello assente” di trasformazione (10%) e che rischiano di essere espulse dal mercato» conferma Bongio. Il tempo è una variabile implacabile: le lancette del mercato girano veloci e bisogna rincorrerle con rapidità per non disperdere un patrimonio di conoscenze e imprenditorialità fondamentali per il territorio e la stessa tenuta del sistema.

NON ESISTE UN SOLO MODELLO DI INNOVAZIONE

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Il tempo corre e la sfida è ardua anche perché tutto deve essere tailor made: non esistono un modello di innovazione preconfezionato o una trasformazione ecologica e digitale buona per tutte le aziende. Esistono soluzioni da adattare al bisogno, in un’ottica di gradualità incrementale tipica del sistema Italia e ben evidente nell’Innovation Index. Dal 2015 al 2021, infatti, i cambiamenti introdotti dalle aziende sono stati perlopiù i nuovi sistemi informativi (quasi il 70%) – trainati dal progetto Impresa 4.0 – seguiti da impianti, macchinari e attrezzature basate su nuove tecnologie di produzione e dall’introduzione di prodotti successivi a quello utilizzato e caratterizzato da un miglioramento delle prestazioni.

«Il Pnrr farà da acceleratore alla rigenerazione dei processi aziendali? È il nostro auspicio, a fronte di gap importanti accumulati dalle imprese, ma i fondi da soli non basteranno. Tanto dovrà fare, e farà, la formazione. L’Innovation Index ci restituisce infatti grosse carenze nelle competenze digitali e gestionali sia tra gli imprenditori che tra i loro collaboratori che andranno colmate per intercettare vere forme di cambiamento e, soprattutto, poterle gestire in modo efficace» dice Galli. Anche perché, se è vero che ostacoli reali all’innovazione non ve ne sono – così dicono le imprese - è altrettanto vero che le scarse conoscenze sono un freno al massimo efficientamento dell’investimento e su questo, così come sulle collaborazioni (i network), si dovrà agire rapidamente per consentire agli imprenditori di guadagnare competitività, autorevolezza e allineamento rispetto alle aspettative del mercato (b2b) e del consumatore (b2c). E di poter sfruttare ciò che l’innovazione dà, a cominciare dall’utilizzo delle tecniche di controllo di gestione e dall’analisi dei dati che la digitalizzazione rende disponibili e che l’epoca Covid ha evidenziato in tutta la loro importanza.

«Tanto più il contesto è imprevedibile, e il periodo pandemico lo è, tanto più per le aziende diventa vitale prevedere i bisogno emergenti e i trend di crescita per diversificare il proprio business con prodotti competitivi: la trasformazione digitale è la molla di questo processo e per questa ragione non può più essere rinviata, sia per ciò che riguarda i macchinari che a propositivo del ripensamento del modello di business» evidenzia l’innovation manager Bongio.

InnoVaUp muoverà da queste premesse per il terzo step integrandosi con il progetto CreSo (Crescita Sostenibile) forte della certezza che l’innovazione (digitale ed ecologica) trasferisce fiducia e autorevolezza a clienti, fornitori, investitori e collettività, consente alle imprese di implementare la competitività nel proprio contesto economico e di creare valore aggiunto determinate per aumentare la forza del business.