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Quanto costa non raffrescare: le ore di lavoro che pesano sul margine

Quanto costa non raffrescare: le ore di lavoro che pesano sul margine

Rinviare un intervento contro un caldo come quello che abbiamo conosciuto durante l'ultima estate permette di evitare una spesa immediata. Ma non significa necessariamente risparmiare. In un laboratorio, in un reparto produttivo o in un capannone, temperature elevate possono aumentare l’affaticamento, rendere più difficile mantenere la concentrazione e incidere sulla qualità delle lavorazioni. Se questo si traduce in tempi più lunghi, interruzioni o rilavorazioni, il problema entra nell’organizzazione e nei costi dell’impresa. Il punto è capire quanto. Non esiste una cifra valida per tutte le aziende: cambiano le condizioni degli edifici, le attività svolte, il numero di persone esposte e le ore trascorse negli ambienti più caldi. Anche all’interno della stessa impresa, uffici, postazioni vicino ai macchinari e aree direttamente esposte al sole possono presentare situazioni differenti.

Per stimare il costo del mancato raffrescamento bisogna quindi partire dal lavoro effettivo. Quante persone sono coinvolte? Per quante ore lavorano in condizioni sfavorevoli? Quali attività risultano più difficili e quali conseguenze sono concretamente osservabili? Senza queste informazioni, attribuire al caldo una determinata perdita di produttività o una cifra in euro rischia di produrre un risultato solo apparentemente preciso.

Dalle condizioni di lavoro alle ore che costano

Una revisione della letteratura scientifica pubblicata nel 2023 su Frontiers in Public Health nell’ambito delle ricerche sullo stress da caldo, cui ha contribuito il gruppo di lavoro WORKLIMATE, esamina le conseguenze delle alte temperature sulla salute, sulla sicurezza e sulla produttività. Il quadro evidenzia la rilevanza del problema, ma anche i limiti delle stime economiche disponibili: metodi e contesti di ricerca sono eterogenei e i risultati non possono essere trasferiti automaticamente a qualsiasi impresa.

Per una Pmi, il primo passo è costruire una rilevazione semplice ma sistematica. Per alcuni giorni particolarmente caldi si possono annotare le temperature nelle diverse aree, gli orari di esposizione e le mansioni svolte, registrando eventuali interruzioni, rallentamenti, difficoltà operative o rilavorazioni. Il confronto con giornate analoghe, ma con condizioni ambientali migliori, può aiutare a individuare problemi ricorrenti. Non basta, naturalmente, che un’attività abbia richiesto più tempo per concludere che la causa sia stata il caldo: occorre distinguere questo fattore dagli altri elementi che incidono sul lavoro. A quel punto si può stimare il valore delle ore effettivamente perse o delle attività aggiuntive, utilizzando il costo orario del lavoro e tenendo conto delle conseguenze documentabili. Il costo orario degli addetti esposti, da solo, non equivale a una perdita economica: per trasformarlo in una stima occorre dimostrare che una parte del tempo disponibile è stata realmente sottratta al lavoro produttivo o che si sono verificati costi aggiuntivi. Anche la temperatura dell’aria, presa isolatamente, non basta a descrivere il problema. Come ricorda l’Inail il comfort termico dipende anche da umidità, temperatura radiante e velocità dell’aria, oltre che dall’intensità dell’attività e dall’abbigliamento. La valutazione deve quindi considerare le condizioni reali delle postazioni, non soltanto il dato registrato da un termometro.

Quanto costa intervenire

«Il primo obiettivo è limitare gli apporti termici attraverso l’involucro, con particolare attenzione alle superfici trasparenti», spiega l’architetto Alessandro Palazzo, consulente energetico e docente alla scuola di Design del Politecnico di Milano. Prima di scegliere un intervento, però, occorre capire come si comporta l’edificio durante la stagione calda. Il punto di partenza è il bilancio termico, che considera gli apporti solari e quelli generati all’interno da macchinari, illuminazione e persone, insieme alle caratteristiche dell’involucro, alla ventilazione e agli eventuali impianti. Esposizione, superfici vetrate, copertura, altezze interne e apertura dei portoni possono modificare sensibilmente il risultato. Questa analisi consente di individuare le cause del surriscaldamento e di confrontare le soluzioni possibili. Se il problema deriva soprattutto dal sole che entra da finestre e lucernari, le schermature esterne possono rappresentare un intervento mirato. Se invece la copertura contribuisce in misura rilevante al calore accumulato, può essere opportuno valutarne l’isolamento. La scelta dipende anche dalla stratigrafia dell’edificio: quando tra tetto e locali di lavoro esiste uno spazio non climatizzato, isolare la superficie che delimita direttamente gli ambienti può risultare più efficace e meno oneroso.

Per passare dalla valutazione tecnica alla convenienza economica, Palazzo richiama l’importanza della diagnosi energetica. Attraverso l’analisi dei fabbisogni e, quando necessario, simulazioni dinamiche, è possibile confrontare gli interventi e stimare il fabbisogno di raffrescamento, i consumi e i costi di esercizio nel caso in cui sia presente un impianto. Se l’impianto non esiste, la valutazione deve invece concentrarsi sul miglioramento delle condizioni interne, senza attribuire all’intervento risparmi energetici su consumi che prima non c’erano. La diagnosi permette anche di confrontare investimento iniziale, manutenzione, durata utile e risparmi attesi, verificando se e in quanto tempo la spesa può rientrare. Il tempo di ritorno è un indicatore utile, ma non esaurisce la valutazione: gli eventuali benefici sulla qualità del lavoro devono essere considerati separatamente e quantificati soltanto quando esistono dati attendibili.

Tra le misure da esaminare rientra anche la ventilazione nelle ore più fresche, se le condizioni esterne e le lavorazioni lo consentono. Aprire porte e finestre nelle ore più calde può invece aggravare il surriscaldamento. I ventilatori migliorano il comfort percepito, ma non abbassano la temperatura dell’aria. L’eventuale impianto di climatizzazione dovrebbe essere dimensionato sul carico residuo, dopo aver valutato quanto calore sia possibile limitare attraverso l’edificio.

Quando l’investimento non si ripaga

Non tutte le soluzioni sono adatte a ogni edificio e non tutti gli interventi restituiscono lo stesso beneficio. Se il problema riguarda poche postazioni, può essere più ragionevole agire in modo mirato anziché raffrescare indistintamente tutti gli ambienti. Se il caldo deriva soprattutto dall’irraggiamento attraverso le superfici vetrate, intervenire sulla copertura potrebbe non essere la prima scelta. Se le temperature esterne restassero elevate anche di notte, la ventilazione naturale potrebbe non bastare.

Il confronto economico deve mettere sullo stesso piano i costi documentati e i benefici che è realistico stimare. La riduzione dei consumi di un impianto esistente può essere calcolata attraverso una valutazione energetica; il valore di eventuali miglioramenti nella produttività richiede invece dati specifici sull’attività. Sommare risparmi energetici ipotetici e ore di lavoro che si presume di recuperare porterebbe a una stima poco affidabile. Il tempo di ritorno dell’investimento può aiutare a confrontare le alternative, ma non sostituisce la valutazione complessiva. Quando i benefici organizzativi non sono misurabili, è preferibile dichiarare questo limite anziché considerarli risparmi certi. La decisione può comunque tenere conto delle condizioni di lavoro e della necessità di proteggere la salute dei dipendenti, senza ridurre tutto a un calcolo finanziario.

Un conto da costruire in azienda

Per capire quanto costa non raffrescare, una piccola impresa può iniziare da due rilevazioni parallele: quella delle condizioni termiche e quella delle conseguenze operative. Registrare temperature, orari, mansioni, interruzioni e rilavorazioni consente di individuare le situazioni più problematiche; raccogliere preventivi permette poi di confrontare le possibili soluzioni. Il risultato non sarà una cifra standard valida per ogni estate, ma una valutazione legata a quell’edificio e a quell’attività. È il passaggio necessario per confrontare la spesa da sostenere con i costi che il caldo può generare, distinguendo le perdite effettivamente osservate dai benefici soltanto attesi. In questo modo, decidere se intervenire o rimandare non significa più considerare soltanto l’investimento iniziale, ma anche le condizioni in cui il lavoro viene svolto. Annarita Cacciamani

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