Sono le relazioni la chiave del successo. Chi le spezza perde giovani e talenti

Marissa King, docente di Comportamento organizzativo alla Yale School of Management, nel suo libro “Chimica sociale” offre spunti di riflessione e una guida operativa per le imprese. Sì alle relazioni, no agli open space per forza, bene chiedere aiuto nei momenti di crisi

Relazioni

Sono invisibili, ma ci legano e possono fare la differenza più che mai: sono i fili, o fuor di metafora le relazioni che anche nel mondo del lavoro si creano. E si distruggono: ecco che così i talenti si allontanano e l’azienda si impoverisce. Ma consigli per scongiurare questo pericolo, ci sono.

Marissa King è docente di Comportamento organizzativo alla Yale School of Management: qui ha fatto nascere e apprezzare il corso di Managing Strategic Networks.  Il suo libro “Chimica sociale”, pubblicato da Università Bocconi Editore, può essere una preziosa guida per aziende e lavoratori. Vediamo perché e soprattutto da questo appassionante viaggio vogliamo trarre qualche suggerimento pratico.

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È la citazione di Herman Melville sui fili invisibili a mettere in moto il libro, quella dichiarazione netta per renderci conto che non possiamo vivere da soli: la pandemia ci ha messo duramente alla prova in questo senso, ci ha isolati eppure ci ha fatto anche riflettere sulle nostre – talvolta non - relazioni.

Eppure ognuno di noi ha un approccio, che riguarda pure il mondo del lavoro, con i suoi pro e i suoi contro.

Lo è perché ci sono appunto le reti sociali, così definite: «Gruppi di persone interconnesse, alcune si sovrappongono tra loro, altre non hanno membri in comune… attraverso di esse è possibile far leva sulle nostre relazioni».  

Tre i modelli messi in luce da King. L’espansionista ha una rete molto estesa e riesce a stare al centro dell’attenzione, è popolare ma gli risulta difficile   mantenere legami profondi.

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L’intermediatore crea valore aggregando parti che non sono connesse tra loro e vengono anche da mondi sociali differenti. Sono reti che forniscono molte informazioni e carica innovativa.

L’aggregatore al contrario tende a connettere reti dense, con amici che a loro volta sono amici tra di loro. Un modello caratterizzato da molta fiducia e altrettanta reputazione.

Eppure ciascuno nella vita può – e forse deve – integrare i diversi profili.

Un denominatore comune c’è: incide la qualità, non la quantità delle connessioni sociali in diversi aspetti della vita, successo al lavoro compreso.

Allora, ecco alcune indicazioni utili al lavoro.

  • Non si vive di soli networking, semplici contatti di cui social come Facebook più che metafora sono specchio: creare connessioni è faticoso, ma anche molto appagante.
  • Un fattore chiave è la reciprocità: pensate sempre a ciò che potete dare.
  • Se fondamentali sono le relazioni in azienda, non si risolve tutto con un open space. Anzi, studi citati dalla professoressa King rivelano come i lavoratori possano essere meno produttivi con questa disposizione di spazi. Servono interazioni continue, un clima di fiducia e una certa eterogeneità: queste caratteristiche non sono alimentate dall’abolizione di muri. Il posto migliore dove mettersi per creare relazioni? Può sembrare una provocazione, ma è davanti al bagno o alla sala relax: dove passano tutti e quella eterogeneità preziosa è garantita.
  • In un ambiente di lavoro, i momenti di crisi sono possibili e toccano ciascuno di noi. Quando si verificano, bisogna essere onesti e chiedere apertamente aiuto: ciò può far sì che una situazione tragica si trasformi in chance per crescere, insieme.
  •  Mettersi nei panni degli altri è una forma di potere, semplice e utile. Significa essere pronti a offrire qualcosa di noi e innescare il dialogo.
  • Il primo dovere è proprio quello di ascoltare. Quando i dipendenti si sentono ascoltati, crollano le possibilità di vederli partire verso un nuovo lavoro.
  • Gli elementi chiave di un grande team sono la sicurezza psicologica, l’affidabilità, la chiarezza di obiettivi e ruoli, la scoperta di un senso personale del lavoro e la convinzione che il team svolga un ruolo importante.
  • Il leader deve invitare alla partecipazione, essere accessibile e riconoscere che ci si possa sbagliare. Un fattore rivelatore: prima di parlare, chiedere agli altri la propria opinione.
  • Occhio alla negatività, che è contagiosa quanto la fiducia. E occhio – la King non teme di chiamarli così – agli stronzi. Possiamo esserlo tutti, a turno, ma può essere già importante evitare di imbarcarne uno. Così dopo il colloquio è essenziale una settimana di osservazione, come pure confrontarsi con le sue referenze. Un buon test? Vedere come tratta le persone con meno potere di lui.
  • Le amicizie sul lavoro sono in declino: pensate che in America nel 2004 solo un terzo aveva un amico in ufficio, contro il 54% di 28 anni prima. Ma più che l’amicizia paga avere un mentore.
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