Zoom burnout: lo smart working ha davvero migliorato il nostro lavoro?
Ne parliamo con il sociologo: da casa si possono conciliare meglio i tempi della famiglia e del lavoro. Però, allo stesso tempo, lavoro e famiglia vengono sovrapposti, si confondono. Il lavoro ci segue: con un messaggino, una mail, e chi più ne ha più ne metta
Quante volte ci siamo sentiti dire che «grazie alla tecnologia lavoreremo tutti di meno, guadagnando di più». Ma è (sarà) davvero così? Per ora sembra proprio di no. E chissà cosa accadrà alla fine di questo momento storico, dove gli italiani al telelavoro (smart working?) sono passati da 500mila del 2019 agli otto milioni durante il lockdown. Di più: con i molti che sono rimasti a lavorare in remoto anche dopo le varie ondate della pandemia, si sta sostanzialmente compiendo un enorme esperimento che, forse, sarà ricordato come una nuova rivoluzione industriale. Ma le riunioni infinite su Zoom, le mail inviate a mitraglia fra colleghi e i messaggini Whatsapp di lavoro che arrivano alle 11 di sera o alle 6 del mattino, sono da considerare un progresso?
GIA' NELL'OTTOCETO SI PORTAVA A CASA IL TELAIO
Sull’argomento Lelio Demichelis, sociologo e docente di sociologia economica all’università dell’Insubria, disegna scenari possibili: «Innanzitutto va modificata la definizione di smart working – afferma il docente – che richiama qualcosa di giocoso e intelligente. Io lo chiamerei piuttosto home working, ossia lavoro da casa e non mi sembra una novità sostanziale. Avveniva già nell’Ottocento, quando le donne si portavano a casa il telaio. Mentre oggi lo strumento di lavoro è il computer».
Vantaggi e svantaggi? «Di certo – aggiunge Demichelis – questa organizzazione è stata fondamentale per garantire la prosecuzione del lavoro durante il lockdown di primavera 2020 e i successivi transiti in zona rossa. Ma il lavoro è anche socializzazione, scambio di idee, conoscenze, informazioni. Quindi per il futuro non saprei: da casa si possono conciliare meglio i tempi della famiglia e del lavoro. Però, allo stesso tempo, lavoro e famiglia vengono sovrapposti, si confondono. È un processo in atto già da molto tempo, specialmente con l’arrivo delle nuove tecnologie: fino alla fine degli anni Ottanta, si lavoravano le otto ore canoniche e poi si staccava completamente. Ora, nonostante ci fosse stato detto che si sarebbe lavorato meno, in realtà siamo connessi e raggiungibili h24 e 7 giorni su 7. Oggi il lavoro ci segue: con un messaggino, una mail, eccetera».
RIENTRERA' IL FENOMENO ZOOM
Mentre per quanto concerne le videoconferenze «credo che, se si tornerà alla normalità, il boom di Zoom rientrerà. Voglio dire, insomma, che non tutte le tecnologie nuove devono essere per forza un miglioramento. Prendiamo Uber, tanto decantato perché poteva trasformare gli uomini in imprenditori di sé stessi: ora si sono scoperte delle forme di caporalato, altro che indipendenza e libertà. E ciò vale anche per l’industria 4.0, che definisco come una sorta taylorismo digitale, dove un algoritmo e una app dicono cosa fare ai lavoratori. Quindi in teoria c’è più libertà, invece non è così. Il lavoratore non è padrone del prodotto e di ciò che produce, ma una piattaforma organizza la giornata, senza nessun potere di controllo. Stiamo attenti, quindi. E verifichiamo sempre se ciò che è nuovo lo è veramente oppure se è il “nuovo del vecchio”.