
Per riportare l’inflazione europea ai livelli di sicurezza, fissati al 2%, la Bce nei giorni scorsi ha aumentato nuovamente i tassi di interesse. E gli interventi non mancheranno anche nel prossimo futuro in misura significativa e ad un ritmo costante. Ma mentre in Europa l’inflazione scende dal 10,1% al 10,6%, in Italia resta al 12,6%. E i venti di tempesta non si placano. Anzi, soffiano con più forza in un semestre ormai contraddistinto dalla recessione tecnica.
RISCHIO STAGFLAZIONE
Sulla crescita del nostro Paese da un lato pesa l’indebitamento pubblico e dall’altro pesano i ritardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). E due sono i punti sui quali insistere: la crescita del Pil, nel 2023, di un +0,6% così come previsto dal Governo e l’attuazione delle misure del Piano. Senza colpire questi obiettivi, l’economia italiana potrebbe segnare una crescita zero. In una parola, stagflazione.
Lo spettro della recessione non si presentava da 47 anni: fu nel 1975, infatti, che il PIL scese del 2,4% a fronte di un tasso di inflazione del 17%.
I PREZZI DELLE COMMODITIES FANNO TRABALLARE LA NOSTRA ECONOMIA
Ma la prima ragione di questo cedimento economico sta nella crescita all’impazzata dei prezzi dell’energia. I dati lo raccontano con chiarezza: a novembre, i prezzi sono saliti del 68,1% (ad ottobre del 71,7%) e si tratta di un ritmo doppio rispetto al +34,9% dell’Eurozona. L’Italia vive, in questo momento, l’inflazione energetica più alta di tutta l’Unione europea a 27.
GLI EFFETTI RECESSIVI SULLE PMI

I numeri raccontano una tensione quotidiana che le piccole e medie imprese non riescono più a sostenere:
A LIVELLO EUROPEO C’E’ L’ACCORD SUL PRICE CAP, MA…
L’Unione Europea ha trovato un accordo sul prezzo del gas, da acquistare dai Paesi esterni alla Ue,

fissandolo a 180 euro al megawattora (comunque alto rispetto ai prezzi industriali). Il tetto sarà effettivo dal prossimo 15 febbraio e scatterà solo se il prezzo del gas sul mercato europeo sarà maggiore di 35 euro rispetto alla media di altri mercati internazionali per almeno tre giorni. Le decisioni prese, però, non è detto si traducano in un risparmio immediato per imprese e famiglie italiane. Al centro dell’attenzione ci sarà il gas, perché con l’arrivo dell’inverno la domanda di materia prima si alzerà. E se gli stoccaggi ci sono, non saranno comunque sufficienti per scongiurare altri rincari.
A RISCHIO LA COMPETITIVITA’ ITALIANA
L’andamento divergente delle commodities energetiche pone un problema di competitività dell’economia italiana. Qualche esempio: in Germania, gli interventi contro il caro energia ammontano al 7,1% del PIL, 2 punti sopra al 5,1% dell’Italia, nonostante l’inflazione energetica tedesca sia di 28 punti inferiore a quella italiana (a novembre in Germania è pari al 40,1% a fronte del 68,1% in Italia).
ALLENTA LA PRESSIONE DELLA BOLLETTA SUL COMMERCIO ESTERO
Calo di domanda e minore crescita dei prezzi all’importazione allentano invece la pressione della bolletta energetica sul commercio estero: ad ottobre 2022 il valore delle importazioni di energia segna un aumento del 57,5%, in decelerazione rispetto al +145,1% di settembre, risultato di un dimezzamento dell’aumento dei prezzi (67,1% rispetto al +144,1% a settembre) e di una riduzione del 5,8% dei volumi importati (+0,4%a settembre).
PER SCALDARE CASA LE FAMIGLIE HANNO SPESO 36 MILIARDI DI EURO

Secondo l’Istat, per i consumi energetici dell’abitazione principale le famiglie italiane nel 2020 hanno speso 36 miliardi di euro: l’83,8% per il metano (15,6 miliardi di euro) e l’energia elettrica (14,5 miliardi). Seguono la legna da ardere e il pellet con 2,5 miliardi di euro, il GPL (di rete o in bombola/cisterna) con 1,8 miliardi di euro (5% della spesa totale) e il gasolio con 0,8 miliardi (2,3%). Una quota residua di spesa (0,7 miliardi di euro) interessa gli impianti centralizzati (per riscaldamento o acqua calda) alimentati a biomasse o ad altra fonte.