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L’imprenditore che insegna la sua storia all’Ai vale oro per il futuro

L’imprenditore che insegna la sua storia all’Ai vale oro per il futuro

Oltre ad essere un nuovo, rivoluzionario, strumento di efficienza, l'Intelligenza Artificiale è soprattutto una sfida all'identità stessa delle Pmi. L’ultimo report dedicato all’AI di Confartigianato Imprese e Territorio, intitolato “L'atmosfera e l'algoritmo”, evidenzia come il sapere tacito dei distretti rischia di essere estratto e codificato da piattaforme esterne, trasformando l'artigiano in un mero esecutore.

Affrontiamo insieme a Teresa Potenza, giornalista professionista ma anche formatrice e speaker, autrice del podcast Potenza Artificiale, un tema fondamentale per il mondo delle Pmi: come utilizzare l’intelligenza artificiale senza perdere la propria voce, l’imperfezione e l’unicità, che rappresentano il vero valore del Made in Italy.

Il rischio di standardizzarsi e di avere contenuti omologati, che siano testi, audio o video, non arriva dall'intelligenza artificiale, ma dalle persone e da come decidono di usarla. Se un imprenditore si limita a chiedere alla macchina di scrivergli la descrizione di un prodotto, otterrà inevitabilmente un risultato generico e già visto. Al contrario, se le insegna a ricordare la propria storia, il processo creativo e le motivazioni dietro una determinata scelta, allora la tecnologia lo supporterà nel far emergere tutto il vero valore del suo lavoro.

La bellezza del Made in Italy  risiede certamente nell'oggetto in sé, eppure vive soprattutto nella sua storia. Un prodotto può essere replicato, mentre il significato, la fatica e il sudore che ci sono dietro restano unici. L'intelligenza artificiale non può inventarsi trent'anni di bottega o di studi; può, tuttavia, aiutarci a raccontarli. La vera differenza sta tutta nell'intenzione di chi usa lo strumento: farsi supportare o pretendere che faccia il lavoro al posto suo.

Possiamo dire che la vera sfida per l'imprenditore è imparare a tradurre la sua sensibilità e la sua esperienza all'interno di un'intelligenza artificiale? È realistico pensare che un artigiano possa imparare a programmare, considerando la distanza apparente tra l'ingegneria informatica e l'artigianato, oppure si rischia di creare un gap incolmabile?

Questo gap tra chi sa usare questi strumenti e chi non li capisce, o non li vuole usare, è già una realtà e diventerà sempre più ampio. Tornando però al cuore della questione, non si tratta affatto di imparare a programmare, perché quello è un compito che l'intelligenza artificiale può svolgere al nostro posto. Le competenze puramente tecniche servono a ben poco; ciò che fa la differenza è capire in che modo le macchine possano supportarci nel raccontare chi siamo. Serve far emergere il valore del nostro lavoro più che fornire un comando informatico. Immaginiamo una cucitura fatta a mano: perché abbiamo scelto di realizzarla proprio così e cosa la distingue da tutte le altre? La vera competenza richiesta oggi è narrativa. Dobbiamo tradurre la nostra sensibilità in istruzioni chiare per la macchina, tenendo sempre a mente che mantenere viva la nostra voce autentica è un compito nostro, non della tecnologia.

Questo ci porta a una sintesi: è possibile un'ibridazione in cui l'IA potenzia l'artigiano senza sostituirlo, oppure la logica della piattaforma tende inevitabilmente ad accentrare il valore, lasciando alle Pmi solo l'esecuzione?

Il rischio che descrivi è reale e non va minimizzato, poiché le piattaforme si fondano su una logica di accentramento intrinseca alla loro stessa struttura economica. Il pericolo più grande, quando deleghiamo troppo, è finire per delegare addirittura la nostra identità. Credo che questa ibridazione sia assolutamente possibile, a condizione che l'artigiano rimanga il detentore del know-how profondo, quell'insieme di saperi derivanti dall'esperienza personale che difficilmente si possono digitalizzare. Ci sono aspetti che non dovrebbero mai essere delegati: la relazione con i clienti, la scelta personale dei materiali, il giudizio estetico finale. L'intelligenza artificiale può occuparsi del resto, dalla burocrazia al dietro le quinte, compresa la comunicazione, a patto di saper mantenere il proprio stile. La reputazione costruita in decenni di lavoro non si può sostituire. La domanda che tutti noi dovremmo porci, indipendentemente dalla nostra professione, è: quale pezzo di me e della mia azienda è insostituibile? Solo con questa consapevolezza e con un uso responsabile degli strumenti possiamo fare in modo che la tecnologia migliori il nostro lavoro senza prenderne il posto.

L'espressione intelligenza artificiale è diventata ormai generica e affermare di saperla usare suona spesso aleatorio, considerando la grande varietà di tool disponibili. Che tipo di valutazione va fatta per capire qual è lo strumento migliore per le proprie esigenze?

Utilizzo tre criteri fondamentali, molto semplici da ricordare e che condivido spesso per la loro utilità. Il primo riguarda l'attività: dobbiamo fare uno screening del nostro flusso di lavoro per capire esattamente cosa vogliamo delegare, che sia un'operazione automatica e ripetitiva oppure un compito più complesso. Una volta individuato il bisogno, il secondo elemento da considerare è il budget. Se l'obiettivo è avere un supporto per scrivere qualche post sui social, non vale la pena sottoscrivere un abbonamento mensile a un chatbot avanzato; se le necessità sono più strutturate, valuterò investimenti diversi. L'ultimo criterio, spesso trascurato ma importantissimo, è la facilità d'uso. Chi è già abituato a navigare sul web e a sperimentare vari strumenti può gestire interfacce complesse; al contrario, chi non ha questa dimestichezza dovrebbe orientarsi verso tool semplici e intuitivi, dove è subito chiaro cosa fare e dove cliccare. Quindi, per riassumere: attività da svolgere, budget a disposizione e facilità d'uso. Giuliano Terenzi

L’atmosfera e l’algoritmo

L’atmosfera e l’algoritmo

Aggiornato a febbraio 2026

Intelligenza artificiale, sistemi cognitivi di filiera e sovranità economica nei distretti manifatturieri

 

Il dibattito sull'intelligenza artificiale è costruito su un modello economico implicito — l'economia delle grandi corporation americane — che non corrisponde alla struttura produttiva della manifattura europea. Atmosfera e algoritmo parte da questa premessa per proporre un'analisi specifica delle filiere corte come sistemi cognitivi articolati in tre strati: la conoscenza tecnica specializzata, già in larga misura codificabile dalle piattaforme Ia; la conoscenza relazionale — chi sa fare cosa, con quale affidabilità effettiva — che marketplace come Xometry e Alibaba stanno acquisendo attraverso l'accumulo sistematico di dati transazionali; e la conoscenza generativa, quella capacità di produrre innovazione incrementale attraverso la ricombinazione non pianificata di competenze che dipende dalla fiducia interpersonale e dalla serendipità, e che nessun algoritmo sa ancora replicare.

Il rischio strutturale che la ricerca nomina con precisione non è la sostituzione del lavoro: è l'estrazione del valore cognitivo. Le piattaforme non distruggono la filiera, la svuotano. Le imprese restano fisicamente nel territorio ma perdono la sovranità sul processo produttivo. Il paradosso è che le imprese alimentano questo meccanismo volontariamente: ogni software gestionale adottato trasferisce conoscenza alla piattaforma senza che l'imprenditore ne sia consapevole. Non serve sapere cos'è un Llm per essere esposti alla codificazione del proprio sapere.

Tre gli scenari possibili: dissoluzione, ibridazione asimmetrica — il più probabile nel medio termine — e potenziamento deliberato, perseguibile solo con infrastrutture cognitive condivise, sovranità sui dati industriali e governance collettiva territoriale dell'Ia. La scelta tra queste traiettorie non è tecnica. È politica.