
Crescita zero: è la previsione del Fondo monetario internazionale per l’Italia. La guerra frena il mondo: con un’economia composta per lo più da piccole e medie imprese del settore manifatturiero, e con una grande dipendenza dalle forniture di gas russo, il nostro Paese è tra le nazioni europee, insieme alla Germania, che pagherà il conto più salato di questa tremenda crisi.
FMI: IL CONFLITTO CANCELLA QUASI UN PUNTO DI CRESCITA
Il World Economic Outlook dell’Fmi falcia le stime per il Pil: quello italiano, per quest’anno, scende al +2,3%, 1,5 punti in meno rispetto alle stime di gennaio e 1,9 su quelle autunnali. E serve a poco, per risollevare le sorti di questa gelata, il Def approvato dal governo che fissa la crescita tendenziale del 2022 al 2,9% e al 3,1% grazie ai due decimali “di spinta” aggiuntiva che si devono agli effetti di sostegno all’economia attesi dal nuovo decreto da circa 6 miliardi pronti a partire.
Il forte rimbalzo del 2021, con quella fiammata del 2,3%, aveva fatto ben sperare, ma per l’Italia il rischio di una stagflazione è dietro l’angolo con un debito che resterebbe al 150,6% del Pil e un deficit al 6%. La disoccupazione passerà dal 9,5 al 9,3% per poi risalire nuovamente nel 2023, anno in cui il Fondo monetario internazionale mette in conto per l’Italia una crescita all’1,7%
Ma la situazione potrebbe anche peggiorare, perché sono troppo alte la tensione e l’incertezza causata dal conflitto tra Russia e Ucraina con le conseguenze che deriverebbero dalle sanzioni e dai tempi di normalizzazione del quadro internazionale. E’ proprio questo a bruciare un punto di crescita anche del Pil mondiale, che avanzerà del 3,6%: lo 0,8% in meno rispetto alle previsioni di appena quattro mesi fa (la stima di gennaio era del 4,4%).
L’EUROPA NELLA STRETTA DELL’INFLAZIONE

Il contraccolpo sulla crescita globale è «massiccio e, come le onde sismiche, si propaga sui mercati delle commodity, sui commerci e sui mercati finanziari», ha detto la direttrice dell’Fmi Kristalina Georgieva. In tutto questo, la corsa dell’inflazione è ormai una morsa che stringe tutta l’Europa. Nelle economie avanzate la crescita dei prezzi è già al 5,7% e in quelle emergenti arriverà all’8,7%: 1,8 e 2,8 punti in più da gennaio. Un’inflazione che, probabilmente, durerà a lungo e che rimarrà elevata proprio per la contrazione della crescita dovuta alla guerra. Nell’occhio del ciclone, soprattutto i rincari sui prodotti alimentari e sui carburanti. E, come logica conseguenza, disordini sociali nei Paesi più poveri. Ma sotto pressione ci saranno anche le Banche centrali, ancora una volta chiamate ad agire tempestivamente per tenere sotto controllo i rincari senza arrecare danni all’economia.
GERMANIA, STATI UNITI, CINA, RUSSIA E UCRAINA: LA GUERRA FRENA IL MONDO
Economia per altro indebolita anche in Germania, nazione che lascia sul terreno 1,7 punti

di crescita nel 2022 con un Pil che si ferma al 2,1%. Nel 2023, invece, crescerà dello 0,2% in più (2,7%). Sulla mappa mondiale, non tutti i Paesi avranno lo stesso destino. E questo è logico: per esempio, le stime dell’Fmi per gli Stati Uniti sono più leggere perché minori sono i legami con la Russia. La loro crescita si aggira sul 3,7% nel 2022 con un calo dello 0,3%. Stesso discorso per la Cina: crescita del 4,4% con un calo dello 0,4%. Ma qui, a giocare contro è un’altra incognita: la fiammata di ritorno della pandemia da Covid 19 ha portato ad altri lockdown che, probabilmente, ostacoleranno l’andamento economico con nuovi colli di bottiglia nelle supply chain globali. E se per la Russia la contrazione, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, sarà dell’8,55 nel 2022 seguita da un ulteriore calo del 2,3% nel 2023, per l’Ucraina ci si ferma a quest’anno con un Pil che dovrebbe crollare del 35%.
TEST DI RESILIENZA SUI MERCATI FINANZIARI
La guerra tra Russia e Ucraina metterà a dura prova anche la resilienza dei mercati finanziari: la loro stabilità è minacciata. Di fronte ai recenti shock, il sistema ha dimostrato di reggere, ma ciò che ci attende nel futuro potrebbe recare danni irreparabili. L’esposizione delle banche alla Russia e all’Ucraina è relativamente modesta e gli istituti europei presenti nelle due nazioni non sono molti. Però, secondo il Global Financial Stability Report, non è ancora chiaro quanta esposizione indiretta abbiano le società finanziarie. A preoccupare, sono soprattutto i derivati.