
«Il sapere, oggi, ha la stessa scadenza di uno yogurt». Lo ha detto Nicola Zanardi, fondatore di Hublab e ideatore della Milano Digital Week a “Crescere qui. Ragazzi, scuola e intelligenza artificiale”.
L’evento organizzato da Confartigianato Imprese Varese, l’altra sera, negli spazi di Materia e moderato da Michele Mancino, vicedirettore di Varesenews, ha aperto il dibattito su quale scuola e su quale idea di educazione servono alle nuove generazioni. Che stanno già vivendo un mondo profondamente diverso da quello dei propri genitori.
QUANDO INVENTI LA NAVE, INVENTI ANCHE IL NAUFRAGIO
Un mondo nel quale la IA estende, distribuisce, amalgama, somma e analizza velocissimamente quel sapere di cui parla Zanardi. Docenti in crisi? Il fondatore di Hublab si affida ad una frase di Paul Virilio: «Quando inventi la nave, inventi anche il naufragio». Non si può non riconoscere che l’intelligenza artificiale stia mettendo in discussione il vecchio insegnamento frontale. A questo punto, cosa può fare chi ha a che fare, tutti i giorni, con i giovani? Aiutarli ad apprendere, muovendosi su quattro direttrici: formazione, stimoli, curiosità e relazioni.
IA NELLE IMPRESE: LA USA SOLO IL 15,7% DELLE PMI
Con Zanardi ne hanno parlato Cristina Boracchi, filosofa e già dirigente del Liceo Crespi di Busto Arsizio e direttrice di FilosofArti e Daniele Marzagalli, dirigente dell’Iss “Isaac Newton” di Varese. Apertura affidata a Paolo Rolandi, presidente di Confartigianato Imprese Varese. Che ha fotografato una realtà sulla quale riflettere: «Il divario nell’adozione dell’intelligenza artificiale tra piccole e grandi imprese rimane significativo: la utilizza il 15,7% delle piccole e medie imprese italiane, contro il 53% delle grandi. E tra gli ostacoli principali non c’è soltanto la disponibilità economica, ma soprattutto la mancanza di competenze».
IA E GIOVANI: TI ALLENA COME UN COACH, MA LA FATICA LA DEVI FARE TU
Quei giovani che, numerosissimi in sala, si sono riconosciuti nelle testimonianze video di tre loro coetanei, anche loro studenti all’“Isaac Newton” di Varese. Impegnati in corsi di studio sul biomedicale, considerano la IA come uno strumento di lavoro con il quale convivere e un coach che ti allena all’apprendimento. Ma a fare fatica, devi essere tu. Non la macchina.
Curiosi e consapevoli su come cambierà il mondo con l’intelligenza artificiale: «Bisogna stare al passo e cambiare i propri obiettivi – hanno detto i ragazzi -. Non si tratta di lavori che non ci saranno più, ma di lavori che cambieranno». Con gli obiettivi, cambiano anche le prospettive.
NEI GIOVANI, LA IA E’ GIA’ UN’ABITUDINE
Sara Bartolini, responsabile della comunicazione corporate di Confartigianato Imprese Varese, ha dato peso alle parole attraverso i numeri: «Per i giovani, la IA è già un’abitudine: il 92,5% la usa abitualmente, mentre il 30,9% la utilizza ogni giorno. I ragazzi la usano il doppio rispetto agli adulti». Per fare cosa? Il 35,7% cerca informazioni, il 35,2% per studiare e fare i compiti, il 15% chiede consigli sulla vita quotidiana. E il 41,8% di questo 15% ricorre alla IA quando è in crisi e vive stati di ansia. Per il 63,5%, il rapporto con questo strumento è più soddisfacente di quanto lo possa essere quello con un umano. Il dato che preoccupa è che il 48,4% di chi la usa ha condiviso dati personali.
I controlli? Ci sono, ma le sanzioni arrivano quando i dati sono già stati raccolti.
APPROCCIO CRITICO ALLA MATERIA: L’UMANESIMO TECNOLOGICO
Nel frattempo, il mondo si divide: a New York, l’intelligenza artificiale generativa è vietata agli alunni fino alle scuole medie; in Cina, il 92% delle persone accettano e approvano la IA. Ed è qui che Daniele Marzagalli apre la discussione: «Con lo sviluppo della IA è importante ci sia anche uno sviluppo parallelo dell’Umanesimo tecnologico. Bisogna imparare a risolvere i problemi indipendentemente dalla macchina. E questo lo deve fare la scuola, aiutando i giovani ad evolversi in modo autonomo come studenti e come persone. L’approccio critico alla materia va stimolato dai docenti».
SI ADDESTRANO LE MACCHINE, NON I GIOVANI
Perché non basta essere nativo digitale e smanettone. Ciò che fa la differenza, secondo Cristina Boracchi, è «essere consapevoli del proprio pensiero. Se i giovani devono apprendere (andare a prendere significa andare alle fonti e impegnarsi negli approfondimenti), l’insegnante deve “lasciare il segno”. Si addestrano le macchine, non i ragazzi e le ragazze. La cosa più importante di fonte a questa trasformazione enorme, che ha implicazioni culturali e sociali, è la capacità di discernere e di produrre non solo input e output, la relazione tra strumento e prodotto ottenuto, ma anche outcome. Cioè, il valore che ho acquisito attraverso la IA».
L’INSEGNANTE-REGISTA E UN NUOVO SIGNIFICATO ALLA PAROLA SOSTENIBILITA’
I protagonisti di questo enorme cambiamento saranno proprio i giovani. Secondo Zanardi, «la IA fa fare un salto gigantesco dal semplice “search” sulla rete al quale eravamo abituati. E’ uno strumento che si legherà alle grandi rivoluzioni della nostra epoca: ai computer quantici, alla fusione nucleare, alle nuove frontiere dell’energia. E poi, gli Agenti. Che ragionano, pianificano, agiscono in autonomia. Ecco perché l’insegnante dovrà sempre più essere un regista per aiutare gli studenti ad acquisire i giusti strumenti cognitivi. In un’epoca in cui le competenze invecchiano rapidamente e la IA, nella sua globalità, è molto più intelligente di un umano nel gestire dati e conoscenze, dobbiamo interrogarci sul vero significato della parola sostenibilità. Intesa come passaggio di conoscenza alle generazioni successive».
PERCHE’ INSISTERE SULLE COMPETENZE RELAZIONALI
Ma senza dimenticare quelle competenze sulle quali mette l’accento Cristina Boracchi, che devono essere relazionali e passare dalla creatività, dall’autonomia e, di conseguenza, anche dall’autoimprenditorialità. Ecco perché la scuola di oggi «non deve tanto preparare al mondo del lavoro, quanto alla vita. E se la IA deve e può essere uno strumento didattico, l’etica dovrà avere un ruolo fondamentale».
Davide Ielmini