
Sembra un paradosso, eppure è così: l’Italia, seconda potenza manifatturiera dell’Unione Europea dopo la Germania, si trova a dover affrontare una lenta erosione del suo potenziale produttivo.
LE CAUSE: DAZI, COSTI ENERGETICI E ALTO COSTO DEL DENARO
L’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti (primo mercato per 54 prodotti del Made in Italy con vendite, nel 2024, per 36,3 miliardi di euro) allontana la ripresa economica e, a fare il resto, sono il costo elevato dei prestiti (da più di un anno gli investimenti in macchinari sono azzerati), il deprezzamento del dollaro, del 12,3%, sull’euro e i costi energetici. Che pesano soprattutto sulle piccole e medie imprese della manifattura italiana (22,5% al di sopra alla media UE) anche a causa dei carichi fiscali e parafiscali, maggiori rispetto alla media europea del 117,4%.
RIPRESA FATICOSA PER ITALIA E GERMANIA
Facendo due conti, nel secondo trimestre del 2025 il Pil riprende ossigeno negli Usa e nell’area Ocse, ma per quanto riguarda Italia e Germania, le buone notizie tardano ad arrivare: la prima segna un -0,1%, mentre la seconda -0,3%.
LA FLESSIONE DELL’EXPORT
Il mantra con il quale convivere, recitato dalle tante aziende intervistate in questi ultimi mesi da Confartigianato Imprese Territorio, è sempre lo stesso: «L’unica certezza è l’incertezza». Che viene registrata, come fa un sismografo con le onde sismiche, dal trend dell’export: al netto delle vendite del farmaceutico (+37,2% nei primi sette mesi del 2025), l’andamento della produzione manifatturiera è stagnante con una flessione dell’1,5%.
Negli ultimi cinque anni, secondo dati Confartigianato, 3.500 piccole imprese hanno cessato l’attività.
IL FRENO DELL’AUTOMOTIVE SULLA MECCANICA
I settori più colpiti? La moda (nel 2024, le imprese del settore hanno perso 15 milioni di ricavi al giorno) e la meccanica. Che si aggancia direttamente alla crisi europea dell’auto: se da un lato, infatti, la produzione di autoveicoli nella Ue scende del 4,4%, l’Italia lascia a terra il 17,3% e la Svezia il 12,6%. Seguono la Spagna con -7,2%, l’Ungheria con -4,9%, la Romania con -4% e la Germania con -3,2%. I toni sono meno foschi in Repubblica Ceca (-0,6%) e in Francia (-0,2%). Unico Paese in controtendenza è la Polonia con un aumento dell’1,9%.
BENE LE COSTRUZIONI E I SERVIZI
Tra tanti disequilibri, c’è chi mantiene la barra dritta: nei primi sei mesi del 2025 il comparto delle Costruzioni vede una crescita della produzione del 4,7%, mentre il fatturato dei servizi sale dell’1,9%. Il buon andamento di giugno, infine, ha registrato una crescita dell’1,9% delle presenze turistiche.
I FRONTI APERTI: FINANZA PUBBLICA E SPESA PER LA DIFESA
Ma sul futuro dell’economia italiana pesano altri due fattori: la finanza pubblica e la difesa. Per quanto riguarda la prima, si dovranno attendere gli aggiornamenti nel Documento programmatico di finanza pubblica, il Documento programmatico di Bilancio della Commissione europea e il disegno di legge di Bilancio. Nel caso in cui il deficit del nostro Paese, già quest’anno, rientrasse sotto il 3% sarebbe possibile l’uscita anticipata dalla procedura europea per deficit eccessivo. Più complessa, invece, la partita del riarmo dopo l’innalzamento del limite minimo del 5% del Pil per i Paesi della Nato. Su questo fronte, le raccomandazioni della Commissione europea del 4 giugno chiedono all’Italia di potenziare la spesa complessiva in materia di difesa, pur rispettando i tassi massimi di crescita della spesa primaria netta.