
La crisi c’è stata, non è del tutto esaurita, eppure le piccole e medie imprese hanno tenuto fede alla loro vocazione resiliente: non solo resistere di fronte alle avversità, ma adeguarsi a quello che una crisi cambia inevitabilmente. Da un lato i ritmi di produzione, l’approvvigionamento delle materie prime, il mercato del lavoro e gli equilibri globali (che diventano a volte squilibri) e dall’altro i nuovi modelli di business che permettono tempi di reazione più veloci e un’organizzazione aziendale più flessibile.
ENTRO IL 2022, LE PMI TORNERANNO AI LIVELLI PRE-COVID
Il Rapporto Cerved PMI 2021 scatta una fotografia di un mondo imprenditoriale che non ha mai mollato la presa. Anche grazie ai prestiti garantiti, alle moratorie e ai ristori messi in campo dal governo. Insomma, nonostante i cali dei ricavi abbiano toccato punte del 60% nei comparti del turismo e dell’ospitalità, le Pmi (Cerved ha analizzato 160mila imprese che rispettano i requisiti europei: dai 10 ai 250 addetti con ricavi che vanno dai 2 ai 50 milioni di euro) hanno dimostrato una buona tenuta finanziaria. Ed entro il 2022, se l’Italia saprà usare bene e in modo mirato le risorse del Pnrr, le piccole e medie imprese italiane torneranno oltre i livelli pre-Covid.
UN MONDO ASIMMETRICO: GIU’ I RICAVI E CALO DELLA REDDITIVITA’
Certo, tra il 2019 e il 2020 i ricavi sono scesi (-9,2% per le imprese dai 10 ai 50 addetti) e anche la redditività è calata del 14% con punte del 67% per quelle realtà che hanno subito gli impatti più violenti della pandemia. Inoltre, raddoppia il numero delle Pmi che hanno chiuso l’esercizio in perdita: nel 2019 erano il 16% del totale; un anno dopo erano il 33%. Un mondo frastagliato, quelle delle piccole e medie imprese, nel quale la crisi ha colpito forte ma in modo asimmetrico: un effetto dovuto non solo alle chiusure o alle restrizioni imposte ad alcune tipologie di attività ma, anche, a modifiche strutturali nella domanda e offerta. Se da un lato si registra una crescita a doppia cifra nei ricavi del commercio online (15,2%) o dei prodotti per detergenza (11,6%), dall’altro abbiamo un calo di circa l’80% nelle agenzie di viaggio, un -52% per gli alberghi e un -62% nei ricavi del mondo di fiere e convegni.
PER MOLTE PMI AUMENTANO I DEBITI: C’E’ IL RISCHIO DEFAULT
Eppure, il sistema ha fatto muro alle picconate più forti della crisi a tal punto che le abitudini di pagamento delle Pmi, nel giugno 2021, erano migliori rispetto al pre-Covid. Complici le iniezioni di garanzie pubbliche, gli imprenditori hanno aumentato la richiesta di prestiti a breve e hanno accumulato ampie riserve di liquidità. Ma la visione generalista non avvantaggia nessuno: il prezzo da pagare per resistere, per molte realtà, è stato l’aumento dei debiti, cresciuti di quasi 12 punti percentuali. L’incidenza sul capitale netto è passata, così, dal 67% al 73%. E lo stock di debito, passato da 232 a 260 miliardi, ha fatto impennare il rischio default, che nel 2020 tocca la percentuale record del 13,4%. Più di un terzo delle Pmi che operano nell’organizzazione di fiere e convegni o come agenzie di viaggio sono rischiose; la quota è del 30% nell’industria cinematografica, del 25% tra i ristoranti, del 20% tra gli alberghi. Il risultato delle garanzie concesse secondo un processo di selezione del credito meno severo rispetto alle condizioni normali del mercato, ha portato ad un aumento del volume dei debiti finanziari.
Nei primi sei mesi del 2021, però, le chiusure hanno registrato un andamento molto modesto rispetto al 2020, rimanendo a livelli inferiori rispetto a quelli pre-pandemici.
PNRR E PROSPETTIVE FUTURE: AIUTI SI’, MA NON A TUTTE LE IMPRESE
Si deve cogliere l’occasione per sanare deficit storici del sistema e migliorarne la produttività. A tracciare una linea di intervento era già intervenuto un documento del Gruppo dei G30 che consigliava di dirigere gli aiuti pubblici su quelle imprese con buone prospettive economiche anche se con problemi di natura finanziaria. Dall’altra parte della barricata, invece, si trovano altre due tipologie imprenditoriali: le aziende che non hanno alcuna chance perché non possiedono prospettive economiche e rischiano di trasformarsi in imprese zombie e quelle che, invece, sono a tal punto robuste (finanziariamente parlando) da non avere bisogno di alcun aiuto perché capaci di muoversi autonomamente sul mercato e di restarci.
Secondo il Rapporto Cerved PMI 2021, le piccole e medie imprese con buone prospettive economiche, anche se con un alto livello di debiti accumulato causa la pandemia, sono 27mila: i miliardi necessari per aiutarle si contano in 4,5. Altre 27mila sono, invece, quelle con prospettive più incerte e qui i miliardi di euro necessari sono 3,8. Con questi interventi si potrebbero salvare, in totale, 93mila addetti. La fetta maggiore, però, è occupata dalle 92mila imprese di “sana e robusta costituzione”.