
SHE-CESSION, LA RECESSIONE ROSA: -312MILA DONNE AL LAVORO
Inclemente: è questa la parola più adatta per definire la recessione occupazionale (l’hanno definita “she-cession”) che si è abbattuta, soprattutto, sulle donne. Le più colpite dalla crisi perché spesso impegnate in quei servizi che sono stati i più penalizzati dalla seconda ondata del Covid. Lo certifica l’Istat e lo scrivono tutti i quotidiani di oggi: «Rispetto al mese di novembre, le donne occupate sono diminuite a dicembre di 99mila unità, mentre tra gli uomini la flessione è di 2mila posti di lavoro», commenta il Corriere della Sera. Il fenomeno si registra anche su base tendenziale: nel mese di dicembre l’occupazione femminile segna una battuta d’arresto del 3,2% rispetto al mese di dicembre 2019. Il saldo finale di un anno contrassegnato da dieci mesi di pandemia si traduce in una perdita di 444mila posti di lavoro (312mila donne in meno).
BRUCIATI 50 POSTI DI LAVORO ALL’ORA; DUE AL MINUTO
«Per la prima volta da questa estate – si legge sul Sole 24 Ore – a dicembre si sono ridotti i dipendenti permanenti (-16mila unità), anche se il calo più consistente riguarda gli indipendenti (-79mila rispetto a novembre)». Ad entrare nel dettaglio sono anche i dati forniti dall’Inps, che nei giorni scorsi ha diffuso il saldo annualizzato, cioè la differenza tra i flussi di assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi, fermo però al mese di ottobre: i contratti persi sono 662mila. Ancora l’Istat: «In un anno si sono persi 50 posti di lavoro all’ora – si legge sulla Stampa – ed ora si parla di due contratti bruciati al minuto; 101mila posti in meno in quattro settimane».
IN CRISI ANCHE GIOVANI, AUTONOMI E OCCUPAZIONE TEMPORANEA
Sempre secondo l’Istat si contano 209mila lavoratori dipendenti in meno; i dipendenti a tempo sono crollati di 393mila posizioni; tra i giovani il tasso di disoccupazione è tornato a sfiorare il 30%. L’Eurostat conferma e rilancia i dati negativi occupazionali delle nuove generazioni: l’Italia occupa il fondo della classifica a livello europeo. Peggio del nostro Paese fanno Spagna (40,7%) e Grecia (35% nel mese di ottobre). Per raggiungere la Germania – dove c’è solo il 6,1% di under 25 senza un impiego - sono ancora tante sono le salite da superare. Compreso quello sforzo, da tempo richiesto da Confartigianato Imprese, rivolto alla messa a regime del sistema di formazione duale.
PROVINCIA DI VARESE: OSSERVATORIO ASSUNZIONI CONFARTIGIANATO
Pandemia e occupazione: l’Osservatorio del mercato del lavoro di Confartigianato Varese (gennaio/ottobre 2020) aveva già rilevato il cambiamento di passo con l’occupazione femminile al -44,02% e quella dei giovani al -41,83%. Da gennaio a ottobre 2020 sono stati proprio i comparti a maggiore attrattività femminile e giovanile a soffrire maggiormente: attività tessili, servizi per la persona, servizi di ristorazione con somministrazione e servizi per supporto all’imprese dove le assunzioni di genere sono superiori al 50% del totale. Da aggiungere che le donne, in un periodo così eccezionale, hanno visto accentuare le problematiche connesse alla conciliazione vita-lavoro.
UN’ECONOMIA MODERNA NON PUO’ VIVERE DI SOLA MANIFATTURA
Come si spiega l’evidente contraddizione tra un’industria in ripresa e un mercato del lavoro in contrazione? Se lo chiede Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’editorialista parla di «divorzio tra manifattura e servizi: le fabbriche sono rimaste aperte, le filiere di fornitura hanno assicurato continuità, l’export ha tenuto». Risultato: l’indice Pmi, che misura le opinioni dei direttori acquisti delle aziende manifatturiere, è passato dal 52,8 di dicembre al 55,1 di gennaio. I servizi, invece, sono rimasti al palo: alberghiero, ristorazione, turismo e sport. Da questi settori deriva «la contrazione del mercato: infatti, non cade l’occupazione dappertutto ma si riduce l’apporto di giovani e donne», continua Di Vico. Una «contrazione selettiva che colpisce il lavoro più debole e discontinuo». La conclusione è questa: «Un’economia moderna non può vivere di sola manifattura e non può svilupparsi senza un terziario robusto». Donne e giovani, poi, sono fondamentali per un mercato del lavoro di un Paese «che voglia dirsi europeo non solo di passaporto».