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Export, filiera corta e alta qualità: i distretti si portano a casa un tesoro da 133 miliardi

Export, filiera corta e alta qualità: i distretti si portano a casa un tesoro da 133 miliardi

Giacomo Becattini, nel lontano 1987, ne scriveva ne “Il mercato e le forze sociali: il distretto industriale”. Nel volume, del tutto attuale, si legge che «ciò che unisce fortemente tra loro le imprese che appartengono al distretto è una rete complessa e inestricabile di economie e diseconomie esterne, di congiunzioni e connessioni di costo, di retaggi storico-culturali che avvolge sia le relazioni interaziendali che quelle più squisitamente personali». I rapporti professionali divengono un tutt’uno con le relazioni sociali di carattere informale, che agevolano la diffusione della conoscenza tra gli attori: valori, questi, nei quali le imprese – soprattutto quelle piccole e medie – si riconoscono ancora oggi. E sui quali fanno leva per rafforzare l’asse sul quale corrono produttività e competitività. Anche, e soprattutto, grazie alla loro propensione all’export.

DISTRETTI, CORRE L’EXPORT: UN TESORO DA 133 MILIARDI
Di distretti ne parla il quattordicesimo rapporto di Intesa Sanpaolo con numeri che fanno riflettere: le imprese si sono lasciate alle spalle il Covid, e il rimbalzo sui mercati del 25,2% nel 2021 ha allungato il passo con un +19,3% di commercio con l’estero nei primi tre mesi del 2022. Performance a doppia cifra per metallurgia, elettrodomestici, alimentari e bevande, prodotti e materiali da costruzione, mobili. Unica eccezione, la moda. Ben patrimonializzati, gli imprenditori italiani puntano su crescita e occupazione con un giro d’affari estero che ha sfiorato i 133 miliardi di euro: un record. Una prova che esalta la capacità di resilienza della nostra imprenditoria, considerato il fatto che la produzione tedesca è arretrata, da gennaio ad aprile, dell’1,1%, mentre quella italiana è cresciuta del 2,1%.

NON PIU’ “JUST IN TIME” MA FILIERA CORTA. POI, MANO A LISTINI E MAGAZZINO
Risultati che arrivano da un nuovo modo di pensare e organizzare i processi aziendali. Di fronte al conflitto russo-ucraino, che ha portato alle stelle i prezzi delle materie prime, le imprese italiane hanno affrontato di petto il problema della supply chain lunghe, e dei conseguenti colli di bottiglia, «traslando l’aumento dei costi sui prezzi finali, adottando ulteriori processi di efficienza, rivendendo le politiche di magazzino (rendendole più robuste) e puntando alla fornitura di prossimità», scrivono il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore. Prossimità che si declina in una rete che vale in media una trentina di aziende poste in un raggio di 100 chilometri: la distanza media degli approvvigionamenti, infatti, nel 2021 è stata di 116 chilometri, 24 in meno rispetto alle aree non distrettuali. I cluster, insomma, cercano fornitori più vicini: il 30% del campione del rapporto lo fa nella propria regione, il 50% in tutta Italia. Il criterio del “just in time”, messo in discussione dalle tante crisi dell’economia contemporanea, viene superato da una capacità competitiva che non si basa solo sul prezzo. Lo dice ancora Intesa Sanpaolo: «I distretti si dimostrano aree più internazionalizzate e innovative con 71 brevetti ogni 100 aziende, 20 in più rispetto alle aree non distrettuali».

I PUNTI DEBOLI: PASSAGGIO GENERAZIONALE E CULTURA UNIVERSITARIA
Però, nonostante l’impegno rivolto alla crescita e all’innovazione, gli imprenditori italiani devono ancora fare i conti con alcuni fronti aperti. Di vecchia data, ma non solo: accelerare gli investimenti in innovazione e tecnologie green, consolidare le proprie dimensioni, spingere sulla formazione e sull’inserimento di nuove competenze. Necessità che emergono guardando agli investimenti 4.0 che accelerano tra le aziende meno-grandi, ma che si dimostrano ancora ridotti su quelle piccole. Nel legno-arredo, per esempio, nell’ultimo triennio poco meno di un’impresa su tre ha acquistato macchinari efficienti che riducono il consumo energetico. In generale, invece, si coglie una scarsa propensione al ricambio generazionale e una scarsa diffusione della cultura universitaria in azienda. Impegni che si fanno sempre più urgenti alla luce propria della guerra che picchia forte a due passi dall’Italia: i mercati russo e ucraino, infatti, sono stati paralizzati e hanno sottratto ai distretti 3,2 miliardi di potenziali vendite, il 2,4% del totale.