
Gira e rigira, l’Italia cade sempre – e lo fa da anni – nell’antica questione del taglio delle tasse. Antica, perché la tanto sperata riduzione del cuneo fiscale ad oggi non c’è ancora.
ITALIA E SALARI, MAGLIA NERA IN EUROPA
L’attualità spinge sull’acceleratore delle riforme: l’inflazione fuori controllo sta mettendo a dura prova la tenuta del nostro sistema economico. E non serve la magra consolazione della resistenza degli italiani che, scrive La Repubblica, «da decenni convivono con la stagnazione salariale guadagnando molto poco in rapporto al costo della vita e in confronto agli altri cittadini europei di Paesi con economie simili». L’Italia, infatti, è l’unico Paese tra quelli più industrializzati dove, dal 1990 ad oggi, le retribuzioni medie lorde sono diminuite (-2,9%) mentre in tutti gli altri sono aumentate: +31,1% in Francia, +33,7% in Germania, +6,2% in Spagna e +13,7% in Portogallo.
CUNEO FISCALE: TRA TASSE E CONTRIBUTI SIAMO AL 50%
Dunque, si fa sempre più urgente agire su quella differenza tra il costo totale del lavoro e quanto alla fine arriva nelle tasche dei lavoratori. E’ Il Sole 24 Ore ad entrare nel merito dei numeri: «A fronte di 300 miliardi di salari lordi corrisposti in media ogni anno nel settore privato, lo Stato incassa circa 100 miliardi di contributi previdenziali e circa 80 miliardi di Irpef per un totale di 180 miliardi di euro a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori». Fatti due conti, il reale cuneo fiscale e contributivo nel settore privato italiano è del 50% (secondo solo a quello del Belgio con il 52,6%). Molto più alto del dato Ocse che, nel 2021, lo attestava al 46,5% analizzando la retribuzione media di un lavoratore single. Tra i Paesi europei industrializzati, l’Italia è quella che presenta la zavorra più pesante di tasse e contributi.
In questo momento storico, la priorità è insomma quella di aumentare il netto in busta paga per poter garantire il potere d’acquisto di chi lavora.
TAGLIARE IL COSTO DEL LAVORO PER GARANTIRE IL POTERE D’ACQUISTO
Sul tavolo del governo è arrivata una proposta: una riduzione strutturale del cuneo fiscale-contributivo da 16 miliardi di euro, a vantaggio per due terzi dei lavoratori e per un terzo delle imprese. Che, in questo modo, porterebbero ai redditi fino a 35mila euro un beneficio di 1.223 euro. La mensilità in più potrà essere finanziata in parte dai 38 miliardi di extra gettito fiscale 2022 indicate nel Def e, in parte, dalla rimodulazione dell’1,6% dei circa mille miliardi di spesa pubblica.
Andando più a fondo nei meccanismi di calcolo, il quotidiano economico spiega che «a fronte di quei 300 miliardi circa di salari, i lavoratori pagano circa 9,5 miliardi di contributi previdenziali e pensionistici e circa 80 miliardi di Irpef. Il totale a carico dei lavoratori è di circa 90 miliardi. Per quanto riguarda i datori di lavoro: sui 300 miliardi, questi corrispondono all’Inps ulteriori contributi (per pensioni, malattia, cassa integrazione…) per circa 90 miliardi». I 180 miliardi di cui si scriveva poc’anzi sono equamente distribuiti: 90 miliardi, il 30%, li paga il datore di lavoro e altri 90, ancora il 30%, sono a carico dei lavoratori (contributi e Irpef). Ovviamente, più ci si sposta su retribuzioni basse e più la percentuale degli oneri si sposta sul datore di lavoro. Secondo dati Ocse, in Italia il cuneo fiscale è pagato per l’84% dalle imprese (la media Ocse è del 77%). Il lavoratore ottiene il 70,4% della retribuzione (il 75,4% è la media Ocse).
AUMENTA L’IRPEF, MA L’INPS PESA DI PIU’
Nel frattempo, l’Irpef cresce. A dirlo è il bollettino delle entrate tributarie del dipartimento delle Finanze: il fisco italiano, nel 2018, ha avuto un gettito di Irpef da lavoro dipendente – sempre nel settore privato – di 78 miliardi. Un anno dopo era salito a 81 miliardi, nel 2020 registrava un calo a 77 miliardi per poi risalire nel 2021 a 84 miliardi. Se come riferimento si prendono ancora i 300 miliardi di retribuzioni, si ottiene la quota Irpef che ogni anno il nostro fisco incassa dai lavoratori dipendenti: il 26%. Ma la zavorra aumenta quando si parla di Inps, che su 300 miliardi ne incassa 100. Circa il 33%.