
Le imprese reggeranno, ma non per molto. Le garanzie pubbliche, le moratorie del debito, il differimento d’imposta e i congedi hanno fatto da ammortizzatori e nell’ultimo anno la ripresa si è dimostrata rapida, ma ora si stima che avrà inevitabilmente una flessione. E le insolvenze, nel 2022 e 2023, inizieranno a salire: +10% quest’anno e +14% il prossimo rispetto al -12% del 2019. A dirlo è l’ultimo report di Allianz Trade, società specializzata nell’assicurazione dei crediti commerciali. Che fra le principali ragioni di questo peggioramento cita la guerra in Ucraina e i nuovi lockdown in Cina.
Nel 2020, in Italia, insolvenze a -32% ma ora si teme l’impennata
Per l’economia globale non si mette bene. Partiamo dall’Italia: nel 2020 le insolvenze avevano registrato un -32% (753 nel II trimestre e 1.513 nel III trimestre: dati falsificati dalle risorse messe a disposizione dal governo alle imprese) e tutti i settori avevano contribuito a questa inversione di tendenza. Per esempio, il commercio registrava un +21% con 2.008 casi, le costruzioni +21% con 1.511 casi, gli hotel e ristoranti +30% con 756. Manifatturiero e utilities segnavano, rispettivamente, 1.329 e 42 insolvenze. Nel 2021, però, il rimbalzo era già del +19%. Quest’anno il numero di casi, probabilmente, rimarrà contenuto (9.200), ma poi salirà del 16% (10.700) e nel 2023 supererà le cifre pre-Covid con 10.542 casi.
Non solo Ucraina e Cina: le tensioni globali fanno aumentare i costi
Nonostante gli aiuti statali continuino ad arrivare – si va dalle garanzie pubbliche sui prestiti bancari alla riduzione delle tasse sui prezzi dei carburanti – lo scenario attuale è cambiato radicalmente: non ci sono solo Ucraina e Cina. Il 57% delle imprese raggiunte da Allianz Trade è preoccupato dai costi dell’energia. Seguono, entrambe al 50%, le tensioni geopolitiche e le strozzature nelle catene di approvvigionamento. Costi e carenza di materie prime arrivano al 49%, mentre per il 46% preoccupano i costi di finanziamento più elevati: l’inflazione a livello globale accelera la stretta monetaria. Tutto questo genera un deterioramento nell’equilibrio dei rischi.
Imprese resilienti: ci sono segnali incoraggianti
Eccoli: all’inizio del 2022 la liquidità totale delle imprese quotate in borsa era del 30% superiore, a livello globale, rispetto al 2019. Il numero delle “imprese fragili” (ossia quelle che rischiano di andare in default nei prossimi quattro anni in base a redditività, capitalizzazione e copertura degli interessi al 2021) è rimasto contenuto in Europa, in particolare in Italia (7% nel 2021 rispetto all’11% nel 2020) e in Francia (12% rispetto al 15%). Infine, il periodo di dichiarazione degli utili al I trimestre 2022 ha confermato che le società quotate in borsa sono riuscite molto meglio a trasferire i maggiori costi sui prezzi.
Paesi a velocità diverse
Sempre secondo il report di Allianz Trade, un Paese su tre tornerà ai livelli di insolvenza pre-pandemia nel 2022 e un Paese su due nel 2023. Nel Regno Unito e in Spagna il numero di insolvenze supererà i livelli del 2019 entro la fine di quest’anno mentre in Italia, Portogallo e nei Paesi nordici la normalizzazione avverrà solo nel 2023. In Francia e Germania, le insolvenze aumenteranno rispettivamente del +15% e +33% nel 2022 e del +4% e +10% nel 2023. Nel 2021, il fabbisogno di capitale circolante è cresciuto soprattutto in Asia, Europa centrale e orientale e America Latina. I settori più interessati sono quelli degli elettrodomestici, dell’elettronica e attrezzature. Negli Stati Uniti si avranno incrementi dell’8% nel 2022 e del 23% nel 2023, mentre in Cina le insolvenze saranno tenute sotto controllo grazie al basso di livello di partenza.
Export: aumenta il rischio e si allungano i tempi di pagamento
Gli effetti della guerra in Ucraina si faranno sentire anche nel settore delle esportazioni internazionali: più della metà delle imprese europee si attende un aumento del rischio insolvenze nei prossimi 6-12 mesi e, nel 40% dei casi, anche un allungamento dei tempi di pagamento.
Secondo Allianz Trade, la crescita del commercio globale dovrebbe calare di almeno due punti percentuali nel 2022, fermandosi al +4% in termini di volumi e mantenendosi così al di sotto della media a lungo termine. Le conseguenze sulla fiducia e sulla domanda provocheranno una perdita di 480 miliardi di dollari nelle esportazioni verso la Russia e verso i Paesi dell’Eurozona.