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Le imprese hanno un problema: per i giovani il lavoro stabile non è più un obiettivo

Le imprese hanno un problema: per i giovani il lavoro stabile non è più un obiettivo

La provocazione non è fuori luogo perché non bisogna tanto chiedersi se il lavoro stabile è ancora un obiettivo, ma se lo è il lavoro. In generale. Il Messaggero scatta un’istantanea di quello che sta accadendo in Italia, Paese che con sempre maggiore determinazione insegue un fenomeno che negli Stati Uniti era già scoppiato mesi fa: “The Great Resignation”. Si traduce con dimissioni volontarie, ma quel “resignation” sta per rassegnazione. Dunque, la prima domanda da porsi quando si parla di mercato del lavoro è questa: i giovani sono rassegnati?

DIGITALE E GREEN: MANCANO ALL’APPELLO 600MILA GIOVANI
I dati di Confartigianato aiutano a capire la portata del problema: le aziende hanno difficoltà a trovare 295mila under 30 con competenze digitali e 341mila under 30 con competenze green. In totale si parla di 600mila giovani che potrebbero uscire dalle fila dei Neet, coloro che non studiano, non si formano e non si lavorano. In questo campo, l’Italia detiene il primato europeo con un tasso di disoccupazione, tra i giovani di età inferiore ai 24 anni, che ormai è schizzato al 24,5%. Così si rischia la debacle di un intero sistema economico: secondo ManpowerGroup il 72% delle aziende, tre su quattro, ha difficoltà nel trovare i talenti necessari. E questo accade tanto nel settore delle Costruzioni (il 21% delle posizioni è difficile da ricoprire) quanto nel manifatturiero, dove la difficoltà è del 13%.

MISMATCH: L’ITALIA DETIENE LA MAGLIA NERA IN EUROPA
All’appello non mancano solo camerieri, restaurant manager, maitre e cuochi (l’estate fa da sempre rima con turismo, un settore che tra maggio e luglio di quest’anno è alla ricerca di 387mila lavoratori) ma anche operai specializzati, informatici, ingegneri, designer, camionisti, operatori del marketing e commessi. Ma anche la pubblica amministrazione non se la passa bene: vincitori di concorsi che spariscono dopo aver passato le selezioni, bandi concorso per posti pubblici che vanno deserti e, scrive Il Messaggero, «l’ufficio delle Dogane di Torino, dove nessuno sembra volerci lavorare. Un solo posto è stato assegnato su 34 disponibili». Anpal-Unioncamere comunica che nel settore privato non si riesce a trovare il 38,3% dei candidati. Anche tra le fasce più deboli, che sono giovani e donne, la ricerca si fa sempre più dura e l’Italia si ritrova ad essere uno dei Paesi peggiori, in Europa, per discrepanza tra livello di istruzione e competenze richieste sul lavoro.

LE DOMANDE SENZA RISPOSTA
Dunque, “The Great Resignation” è una scelta. Probabilmente dettata da alcune ragioni sulle quali riflette Il Messaggero: «Le rinunce, gli abbandoni e le attese sono indicazioni di incapacità di trovare un lavoro che davvero soddisfi le proprie aspettative. E le domande si fanno numerose: è facile, oppure no, essere un giovane autonomo oggi? E’ facile vivere in una grande città dove un affitto si mangia ben oltre la metà del proprio stipendio? E’ facile doversi accontentare di occupazioni che rispecchiano affatto le proprie competenze? E’ facile ammettere che il proprio titolo di studio non serve a nulla?». Non lo è.

LE RAGIONI DELLA FUGA DAL LAVORO
Ma le ragioni di questa “fuga”, secondo gli analisti, stanno anche altrove: i sistemi di reclutamento che non funzionano perché non si parlano fra loro; la scuola troppo teorica che non riflette le esigenze del sistema produttivo; alcuni settori che offrono paghe basse. Ma anche la ripresa economica: «Le aziende sono ripartite tutte insieme e si contendono i lavoratori, generando l’apparente paradosso di avere posti vacanti in presenza di disoccupazione».
In ultimo, la pandemia. Che non ha solo cambiato le abitudini di vita ma anche di lavoro: sempre più agile e che richiede forme innovative di welfare aziendale. Con un accento che i giovani mettono sul proprio tempo: la voglia di riappropriarsi di quello che si è perso.

QUALCHE PROPOSTA PER USCIRE DALLA SPIRALE
Sempre Il Messaggero: «Innanzitutto, bisogna spezzare la spirale negativa che vede il Reddito di cittadinanza sì contrastare il fenomeno della povertà, ma allo stesso tempo condannare molti dei suoi percettori proprio a una “trappola della povertà”. Infatti, molti decidono di non lavorare perché percepiscono un trattamento alternativo a volte troppo generoso. Poi, la tassazione dei redditi di lavoro sia sul lato della domanda che dell’offerta. Si fa sempre più urgente la riforma del Fisco con un taglio deciso al cuneo fiscale. Infine, rendere più piacevole e gratificante – non solo dal punto di vista economico – l’esperienza lavorativa».