
Nessuno se ne è dimenticato. Anzi, sono proprio le imprese – di tutte le dimensioni e tipologie – a ricordare ogni giorno quanto la carenza e il rialzo dei prezzi delle materie prime si siano già trasformati in boomerang per le economie territoriali e mondiale.
LE MATERIE PRIME E LO SPAURACCHIO DEL NOVECENTO
Di ogni materiale si parli – dagli isolanti che stanno alla base degli interventi trascinati dal superbonus all’acciaio, dall’alluminio al rame, dai microprocessori necessari per l’automotive (e la transizione green) alla ghisa, dal grano e cereali all’olio – ci troviamo di fronte «ad un pericoloso revival del Novecento», si legge su L’Economia del Corriere della Sera. Un ritorno a spauracchi passati che, da mesi, soffiano venti di crisi sospinti dalla crisi dei noli, dal blocco di Suez, dalle navi in coda ai porti di Shangai e della California del Sud. Tutto è fermo, tranne i contratti a termine delle materie prime. Che hanno raggiunto livelli inimmaginabili anche a causa del conflitto russo-ucraino. La cartina geopolitica della Terra si sta modificando rapidamente e si fanno i conti con parole che mai si sarebbe pensato di pronunciare ancora una volta: sanzioni, embargo, razionamento, autarchia, armi convenzionali, rischio nucleare.
TRANSIZIONE GREEN E MATERIE PRIME RARE: L’OCCIDENTE NON LE ESTRAE
Insomma, quella delle materie prime non è una crisi congiunturale e sarebbe un errore pensare che i mercati possano tonare a ciò che erano prima della pandemia e della guerra. Però, «non tutto il male viene per nuocere – si legge sul Corsera – perché l’accelerazione nella transizione energetica favorisce gli investimenti nell’idroelettrico, nel solare e nell’eolico». Il governo italiano sta facendo tutti gli sforzi possibili per poter raggiungere una certa indipendenza dalle forniture di gas dalla Russia e spingere sulla transizione green, ma sull’agenda si devono cerchiare in rosso tre parole: materie prime rare. Indispensabili alla rivoluzione verde e digitale. E a parte gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia – che, per altro, non segnalano performance entusiastiche – l’Occidente non ne estrae. E qui si incunea un’altra, possibile e speriamo evitabile crisi mondiale dettata da una vera e propria debolezza strategica.
REE: COSA SONO E A COSA SERVONO
Debolezza perché i nomi delle materie prime rare si fanno raramente ma fanno girare il mondo: platino, palladio, rodio, cobalto, berillio, borato, afnio, niobio, tantalio sembrano nomi usciti da un dizionario del fantastico. Eppure, sono più che mai reali. Più che mai necessari. Più che mai indispensabili. Circa quaranta di queste materie sono contenute in un solo oggetto: il cellulare che portiamo sempre con noi. Ma tante altre, come il neodimio, il praseodimio e il terbio, servono per il funzionamento dei parchi eolici. E le auto elettriche, tanto per insistere sugli esempi, non marciano senza europio, cerio e disprosio. Da sottolineare che l’estrazione, lo sviluppo e il controllo dei Ree (Rare earth elements) sono stati, fino alla metà degli anni Sessanta, nelle mani degli Stati Uniti. Quasi un monopolio che, da tempo, monopolio non è più: la miniera di Mountain Pass, nel Sud Est della California, dalla quale si estraggono i Ree ha quote di interessi cinesi. Anzi, sembra che anche in questo campo gli equilibri mondiali si stiano capovolgendo perché tra il 2013 e il 2017 la Cina ha “prodotto” l’83% delle materie prime rare. Segue l’Australia con il 9%. Le esportazioni cinesi sono diminuite negli anni solo per soddisfare la domanda interna, e così altri Paesi si sono fatti avanti: Vietnam, Russia e Brasile.
I MONOPOLI CINESI E RUSSI. MA LE FONTI FOSSILI DURERANNO A LUNGO
La domanda di Ree, facile capirlo, sta aumentando in modo esponenziale. Ma quella debolezza strategica di cui si scriveva poc’anzi rischia di essere incoraggiata proprio dai Paesi democratici d’Occidente. Si legge su L’Economia che «questi Paesi spingono giustamente per accelerare la transizione verde, però rischiano di rafforzare le posizioni monopolistiche, in alcuni mercati strategici, di cinesi e russi. Le terre rare sono un’arma politica efficace. Nella disputa territoriale tra Tokio e Pechino, sulla sovranità delle isole Senkaku, ha pesato molto la minaccia di un embargo sulle Ree». Il futuro si sta ridisegnando, ma le quotazioni delle fonti fossili rimarranno elevate a lungo: il carbone copre ancora oggi il 40% dei consumi di energia primaria nel mondo. E se la caccia al gas è aperta in tutto il mondo, nei prossimi anni si dovranno fare i conti con il crollo degli investimenti in energia tradizionale. A dirlo è l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie): siamo passati dai 780 miliardi di dollari del 2014 ai 326 del 2020. E per arrivare allo sfruttamento di un pozzo servono almeno sette anni.