
MORATORIE IN CERCA DI PROROGHE: LE PMI NE HANNO ANCORA BISOGNO
Il governo italiano e i tecnici di Bruxelles sono al lavoro per ottenere la proroga delle moratorie sul credito nell’ambito del Temporary Framework sugli aiuti di Stato. Ne scrive Italia Oggi: “Allo studio ci sono sia modifiche normative, per evitare che i debitori vadano in Centrale rischi, sia l’entità degli stanziamenti da allocare per coprire la sospensione delle rate”. Ricordiamo, infatti, che la possibilità di sospendere le rate è scaduta il 31 dicembre 2021 e, dunque, “a partire dal 31 gennaio 2022 viene meno la copertura normativa dello Stato per qualunque congelamento l’impresa intenda chiedere alle banche, nonostante la Commissione europea abbia prorogato l’efficacia del Temporary Framework fino a metà 2022”. Ma come si comporteranno le banche di fronte ai debitori? Di mezzo c’è la nuova classificazione Eba, che permette agli istituti di credito di classificare i crediti oggetto di estensione della moratoria come “forborne” (il debitore si trova o è in procinto di trovarsi in difficoltà a rispettare i propri impegni finanziari). La proroga assume un’importanza sostanziale, e a dirlo sono i dati: “Le richiese di scudo sui nuovi finanziamenti bancari per micro, piccole e medie imprese presentate al Fondo di garanzia per le Pmi salgono a circa 223 miliardi di euro (le richieste ricevute tra il 17 marzo 2020 e il 25 gennaio 2022 sono 2.591.426), mentre i volumi dei prestiti coperti da Garanzia Sace hanno raggiunto i 32,4 miliardi di euro su 4.384 richieste ricevute”.
SERVONO SOLUZIONI, MA SUBITO, PER SALVARE FABBRICHE E BOTTEGHE

Il momento storico in cui si trovano ad operare le imprese è a dir poco complicato: da un lato aumentano i rischi di instabilità economica e dall’altro si sente sempre più il bisogno di “una politica economica più reattiva, incisiva e realistica”, scrive Italia Oggi. Epidemia, inflazione, riduzione delle forniture di materiali per i processi produttivi, blocchi e prezzi insostenibili richiedono una spinta politica immediata. Perché il rialzo dei costi dell’energia “sta compromettendo la continuità di molte aziende e hanno già causato una recessione dei margini con impatto sugli investimenti”. Insomma, l’emergenza è adesso e “sono centinaia di migliaia le imprese che non potrebbero riuscire a ripagare, entro le scadenze, i prestiti d’emergenza garantiti dallo Stato”. Ecco perché “tocca a Governo e Parlamento fornire soluzioni che non sono oggettivamente alla portata del mercato privato, cioè fuori dal cancello delle fabbriche e delle botteghe, perché riguardano la geopolitica, la politica di bilancio, l’azione di adeguamento delle regole Ue e l’efficienza dell’apparato burocratico nazionale e locale”. Nel frattempo, Banca d’Italia ha revisionato al ribasso le stime di crescita del Pil 2022, portandole dal 4,1% al 3,8%.
PNRR, SI RISCHIA UNA REVISIONE. FINO A MARZO UNO SLALOM TRA BANDI E GARE
Si legge sul Sole 24 Ore che “sono trenta gli step intermedi, suddivisi tra tredici ministeri,

che disegnano da qui a fine marzo ulteriori passaggi per l’efficace proseguo del Piano nazionale di ripresa e resilienza”. In gioco ci sono 24,1 miliardi di euro della seconda rata, divisi tra 12,6 miliardi di sussidi e 11,5 miliardi di prestiti: per ottenerli, l’Italia dovrà condurre a traguardo 45 adempimenti. Ma questa volta “il nostro Paese rischia di finire sotto pressione a Bruxelles – scrive il Corriere della Sera – non per aver deluso, ma perché l’economia è andata meglio di come si temesse quando vennero ripartite le risorse del Recovery nell’estate del 2020, mentre altri Paesi sono andati peggio. Si dovrà dunque capire se, alla prova dei fatti, una parte dei miliardi assegnati a Roma un anno e mezzo fa dovranno essere redistribuiti a chi è rimasto indietro”. Nel frattempo, i sindaci delle grandi città (Roma, Napoli, Milano e Torino) si lamentano perché sembra che “le amministrazioni dei vari ministeri (Istruzione, Interno e Lavoro soprattutto) siano cadute in errori piuttosto goffi sull’allocazione dei fondi”. Per esempio, per la riqualificazione energetica si prevede di finanziare un’unica scuola per Comune, poco importa che abbia 15mila residenti o milioni. Inoltre, non risulta alcun criterio demografico neppure su mense e palestre nuove. In sintesi, “c’è il rischio che le grandi città ricevano ben poco dal Pnrr mentre gli enti più piccoli, inondati di soldi, non riescano a spendere”.