
Il Governo sta lavorando alla riforma della legge quadro sull'artigianato, e per chi guida un'impresa artigiana la domanda che conta è una: se l'azienda cresce, resta artigiana? Confartigianato chiede che la risposta sia sì. L'artigianato è una componente strutturale del sistema produttivo italiano e comprende imprese che innovano, esportano, investono e creano occupazione. Quando una di queste imprese cresce, la crescita da sola non può diventare il motivo per negarle la natura artigiana e il ruolo che ha fra le piccole imprese.
Ma la questione va letta anche alla luce di come è cambiato il quadro europeo. Escludere le imprese artigiane dal perimetro delle piccole imprese significa andare nella direzione opposta a principi ormai consolidati in Europa, dove dimensione d'impresa e natura artigiana non sono categorie rigidamente contrapposte. Lo dimostrano gli ordinamenti di Francia e Germania, che non prevedono limiti alla crescita delle imprese.
La specificità ha anche una base nella Costituzione. L'articolo 45, letto alla luce dell'articolo 3, la riconosce all'artigianato e legittima un trattamento differenziato nel mercato, a tutela dell'equilibrio fra lavoro e capitale nell'organizzazione dell'impresa.
Secondo Confartigianato, il testo allo studio prevede soluzioni in grado di neutralizzare ogni possibile effetto anticoncorrenziale. Le organizzazioni dell'artigianato hanno avanzato proposte per rendere la disciplina ancora più chiara ed equilibrata (interventi che non porterebbero disparità di trattamento fra imprese né costi in più per la finanza pubblica).
La competitività si costruisce con investimenti, innovazione, competenze e produttività, «non attraverso la compressione dei salari o delle tutele». Da qui la richiesta di una disciplina moderna, coerente con il quadro europeo e capace di accompagnare la crescita delle imprese senza penalizzarne la natura artigiana.