Nastrificio Cori: dalle calzature alle cinture, qui si inventa la moda italiana

Nastrificio Cori: dalle calzature alle cinture, qui si inventa la moda italiana

Nastrificio Cori

cori@nastrificiocori.com

Nel grosso contenitore della globalizzazione ci sta anche la delocalizzazione. E la scomparsa dall’Italia di quelle materie prime in cui il nostro Paese, anni fa, era leader.


IL BELLO E IL BRUTTO DI UN LAVORO GRADEVOLE E SIMPATICO
Lo ricordano le sorelle Cortellezzi - Roberta, titolare del Nastrificio Cori, e Milena - con Luca Righi. E’ lui a mettere in moto i telai a crochet (nei quali l’uncino non offende il tessuto) e a vivere ogni giorno, da quando all’età di ventitre anni lascia la facoltà di Scienze Agrarie per entrare in azienda, “il bello e il brutto di questo lavoro. Perché le due cose coincidono: ogni lavorazione è diversa e ogni volta puoi realizzare qualcosa di creativo. Però, per farlo devi intervenire sui telati e divento pazzo quando una macchina non fa quello che le dico di fare. Magari realizzi un campione perfetto, e poi quando viene il momento di produrre non funziona. A parte questo, si tratta di un lavoro gradevole e simpatico”. L’approvvigionamento delle materie prime, però, non facilita i compiti: “Il poliestere colorato lo acquistiamo da un dealer con sede in Polonia, il poliestere greggio arriva dalla Cina, Paese dal quale proviene anche la viscosa greggia. Quella colorata, invece, è prodotta in Bulgaria”, sottolinea Luca Righi, marito di Milena.

RESISTERE AI TEMPI: NASTRI DI TENDENZA CHE GUARDANO AL FUTURO
In quest’azienda di Tradate, il lavoro quotidiano è fatto di scelte “per resistere ai tempi”: l’apertura del sito www.nastrificiocori.com nel 2016 (che funziona, e bene, nel tenersi i clienti e conquistarne di nuovi); la conversione della produzione per realizzare le mascherine in tempo di lockdown (sei mesi di super lavoro); la produzione interna della vergolina (tipo di passamaneria che al Cori si realizza in mille colori e nuances diversi) che nel tessile è come il lievito nel pane; le idee marketing oriented; l’export in Spagna, Svizzera, Russia e Sud della Francia. Infine, la ricerca continua di materiali che non solo fanno tendenza, ma che possono portare a successivi sviluppi nella tenuta e nello stile.

RAFIA, TRIPOLINO E PAGLIA DI VIENNA PER GLI ACCESSORI DI MODA
Il Nastrificio Cori è una macchina in movimento ritmata dai colpi dei telai che lavorano chilometri di fili. E che portano, nel cuore d’acciaio, la stessa determinazione di Giacomo Cortellezzi. Il fondatore di questa impresa che, negli anni Sessanta del Novecento, contava quindici operai che lavoravano su due turni. Il prodotto di punta era l’elastico per intimo. Quello che in gergo si definisce “gallone” e può essere grigio o nero. Rigorosamente liscio. Oggi, al Nastrificio Cori lo si produce ancora: senza giunte, lo si vende a metri puntando ad una qualità assoluta.
In quest’azienda, dal nome “scelto dal commercialista e che è piaciuto a tutti”, si produce per altri nastrifici realizzando qualcosa di unico: “Studiamo i nastri su richiesta del cliente, oppure li proponiamo noi stessi, per tutto ciò che sono gli accessori moda: calzature, cinture, abbigliamento”, dicono i tre. Seguendo le tendenze del momento: nella stagione estiva si va dalla rafia (in un mese sono stati venduti i quantitativi di un intero anno) al tripolino (viscosa lavorata); durante l’inverno ci sono invece lana, ciniglia e vigogna. E poi non manca la famosa “paglia di Vienna”, poliestere e rigenerato di cottone con il cordone immagliato. Ma anche nastri in ecopelle, bielastici, in juta.

BELLEZZA E COMODITA’, MA A VOLTE VIENE DA PIANGERE
Detto così, sembra semplice. E invece sono gli intrecci e i colori a fare dei prodotti del Nastrificio Cori qualcosa di affascinante. Nastri dalle sfumature e dalla manifattura così ricercate che, nel mondo della moda, sono un valore nel valore estetico. Un punto in più sul fronte della bellezza, ma anche della comodità. Perché quando li si passa tra le mani, questi materiali svelano sensazioni mai provate: morbidezze infinite, e resistenze insospettabili, che trasformano un accessorio in qualcosa non solo di elegante ma, addirittura, di ricercato.
Merito, anche, dell’esperienza di Luca Righi. Che non manca di sottolineare quanto il mondo della tessitura sia complesso e, proprio per questo, complicato: “L’apprendistato richiede un arco di tempo lunghissimo. Anche dopo decine di anni sulle macchine, ti accorgi di non aver imparato ancora abbastanza. Lo dico senza vergognarmene: a volte, di fronte ad un rompicapo mi metterei a piangere”.
Eppure, i problemi si risolvono. Non si capirebbe, altrimenti, come faccia il Nastrificio Cori a soddisfare grandi nomi della moda come Prada o La Milanesa.

Nastrificio Cori: qui si inventa la moda italiana