Inarrestabile Bebe Vio, campionessa e motivatrice: «È l'amore che fa andare avanti»
La passione che emerge dalle parole della schermitrice italiana e campionessa olimpionica di fioretto individuale paralimpico può spronare anche i nostri imprenditori, o chiunque ogni giorno si ritrovi a dirigere un gruppo di persone e a lottare per raggiungere i propri obiettivi
«Anche se le spalle escono e vomiti, se lo fai per la squadra puoi arrivare a qualsiasi cosa. L’adrenalina aiuta e anche l’amore» ha aggiunto la campionessa che è appena stata a Strasburgo, da Ursula von der Leyen, per parlare di giovani e di inclusione. La passione che emerge dalle parole di Bebe può spronare anche i nostri imprenditori, o chiunque ogni giorno si ritrovi a dirigere un gruppo di persone e a lottare per raggiungere i propri obiettivi.
La campionessa – che nel 2016 è stata anche ospite di Obama alla Casa Bianca come rappresentante dell’Italia - ha dovuto lottare tante volte per tirare di scherma. L’ultima nell’aprile 2020, quando ha rischiato l’amputazione del braccio sinistro a qualche mese dalle Paralimpiadi. Ma la prima battaglia l’ha vinta da bambina: «All’inizio non potevo fare scherma, sognavo di provare vari sport, poi mi trovavo a fare i conti con la mia disabilità – racconta – Oggi, grazie alla strada fatta, a un’altra bambina nelle mie condizioni, direi che è possibile provare a fare i diversi sport con le apparecchiature disponibili ed essere indirizzati verso le società attrezzate».
Rendere lo sport davvero per tutti è l’obbiettivo a cui Bebe Vio sta lavorando assiduamente, con il coinvolgimento della sua famiglia che non la lascia mai sola e la incita a impegnarsi per i diritti di tutti e per diffondere la cultura della disabilità. WEmbrace, ad esempio, nasce dall’unione delle parole inglesi “we” ed “embrace”, che tradotte in Italiano significano "Noi Abbracciamo". Non a caso, abbracciare i propri limiti è il primo passo per diventare i primi sostenitori del proprio amore individuale.

«Fortunatamente abbiamo tante persone che ci sostengono. Io rompo le palle a tutti – continua Bebe - Ho avuto la fortuna di esser aiutata da piccola e adesso sono moralmente obbligata a dare una mano a quei ragazzini che non sanno che anche senza una gamba si può correre. Il mio sogno è vedere la pedana paraolimpica su ogni campo di atletica e ragazzi in carrozzina che corrono insieme agli altri. Vorrei che “wembrace” diventi la normalità».
Adesso Bebe Vio è carica di entusiasmo, ma nel passato non è stata sempre così. «Tante persone mi hanno dato una mano. Per preparare Tokyo, il mio fisioterapista e preparatore atletico sono stati importanti perché non hanno mai pensato che non fosse possibile. Nessun atleta riesce a raggiungere grandi risultati se non ha una famiglia dietro».
Ai ragazzi, anche non disabili, che rinunciano ad avere dei sogni, Bebe dice: «Tante volte sono proprio i giovani che hanno tutto a non avere stimoli. Le bambine a cinque anni smettono di avere dei sogni. La ricetta è proprio fare sport anche a livello amatoriale. La chiave di rinascita è lì ed è proprio quella la figata».
Rispetto invece all’inclusività: «Più viaggio e più mi rendo conto cosa manca – afferma la campionessa - In Giappone, se cammini per strada con le protesi esposte, ti guardano tutti. In Russia c’è chi sostiene che i mondiali paraolimpici non vengono fatti perché i disabili non esistono, quando invece i disabili ci sono, ma non vanno in giro». «Deve passare il concetto che i disabili non sono eroi, ma persone normali, che si impegnano nella vita di tutti i giorni – conclude la campionessa - Manca ancora qualcosa, ma la strada che stiamo percorrendo è corretta. Il mio obiettivo è che nessun ragazzino venga discriminato, che sia disabile o normodotato»>.