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EFFETTO CRISI: ECCO I LAVORI IN E OUT
Si legge su Repubblica che «100 milioni di lavoratori in Usa, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania, Cina e India dovranno trovare un’occupazione diversa entro il 2030». Lo dice un report sul futuro pubblicato da McKinsey Global. Secondo le stime del sistema Excelsior, l’Italia dovrà sostituire più di 2,5 milioni di occupati. I posti disponibili sarebbero tra 1,9 e 2,7 milioni, nel privato e nel pubblico. I settori “in”: la sanità e l’assistenza sociale (190mila in più nel 2024), i servizi informatici (fino a 63.900 posti), l’istruzione e i servizi formativi (fino a 38.700), le public utilities (fino a 8.800 posti), l’industria alimentare. La formazione giocherà un ruolo sostanziale così come la riorganizzazione aziendale. Leggi QUI l’inchiesta di Confartigianato Varese.
LA RIQUALIFICAZIONE FACILITA L’ESODO DAI SETTORI FRAGILI
Lo scrive il Sole 24 Ore: «Il Fondo nuove competenze, prorogato al 30 giugno 2021, può essere un valido strumento di politica attiva del lavoro, utile ad accrescere l’occupabilità del lavoratore e favorirne anche la transizione da un impiego a un altro. Si tratta di una misura che consente di destinare parte dell’orario di lavoro a percorsi formativi (250 ore a lavoratore da usare nell’arco di 90 giorni) con costi retributivi e contributivi a carico di uno speciale fondo costituito presso l’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive lavoro)». Però, «non basta una formazione qualsiasi, ma deve essere presentato un dettagliato progetto di sviluppo delle competenze».
TRE STRATEGIE PER RESTITUIRE IL LAVORO ALLE DONNE
Le racconta il direttore centrale dell’Istat, Linda Laura Sabbadini. Prima strategia: lanciare una grande offensiva culturale, con misure incentivanti di breve periodo, per rimuovere gli ostacoli all’accesso al lavoro legati agli stereotipi di genere e ai gap formativi delle ragazze rispetto ai ragazzi, soprattutto nelle materie scientifiche. Seconda: rimuovere gli ostacoli all’accesso, alla permanenza in occupazione delle donne, alla carriera rappresentati dal forte sovraccarico familiare sulle loro spalle (necessari investimenti nelle infrastrutture sociali). Terza: si deve investire nell’imprenditoria femminile attraverso un migliore accesso al credito, spesso negato alle donne, incentivi, orientamento, formazione e affiancamento nei primi tre anni dell’azienda.
FIERE: LA VIA “TEDESCA” PER FARLE RIPARTIRE
Si legge sul Corriere della Sera che «nel 2020 il settore ha lasciato sul campo, a causa delle restrizioni imposte per mitigare gli effetti della pandemia, 800 milioni di ricavi. Da fine febbraio alla riapertura del 1° settembre 2020 sono state posticipate, o annullate, 181 manifestazioni italiane tra nazionali e internazionali, con un calo dei ricavi del 70%». La soluzione al problema sta nella «deroga per il settore dal regime de minimis, come fanno le autorità tedesche. Deroga che è possibile, secondo quanto previsto dai trattati europei, quando gli aiuti di stato sono stanziati per risarcire settori specifici per i danni causati da eventi eccezionali, come appunto è l’epidemia da Coronavirus».
PRIVACY E PMI: SEMPLIFICAZIONI NEL FREEZER
Lo scrive Italia Oggi: «Per le Pmi la semplificazione degli adempimenti privacy è ancora in stand by. Nell’attesa che le misure di semplificazione previste tanto dal Regolamento Ue 2016/679 (Gdpr) sulla protezione dei dati quanto dal Codice della privacy siano effettivamente adottate, le piccole e medie imprese possono cominciare ad assolvere agli obblighi previsti dalle norme». Eppure, sulla carta sono numerose le disposizioni di favore per le Pmi: dal “registro semplificato” al modello di autovalutazione, dall’ammonimento che sostituisce la sanzione pecuniaria alla stesura dei codici di condotta, «che deve essere incoraggiata tenendo conto delle esigenze delle Pmi».