
La stretta del credito ai tempi del lockdown: il sistema bancario tradizionale si è rivelato ancora una volta non all’altezza, e le piccole e medie imprese sono alla ricerca di nuove strade per accedere alla liquidità. Tra i Confidi, il fintech, il rapporto con le grandi imprese e l’idea di rispolverare una banca per gli investimenti delle Pmi sul modello Artigiancassa. Come cambierà il credito dopo il Covid è il tema della nuova puntata del ciclo “Dialoghi in diretta” di Confartigianato Imprese.
IL CREDIT CRUNCH
«Assistiamo costantemente a una flessione della disponibilità del canale bancario tradizionale a coprire le richieste delle piccole imprese per piccoli tagli – spiega Bruno Panieri, direttore delle politiche economiche della Confartigianato nazionale – il credit crunch c’è, la chiusura consistente dei rubinetti per questo target». Sul banco degli imputati c’è sempre il sistema bancario: «In emergenza doveva portare liquidità, invece è in ritardo, per tempistica e quantità di erogazioni – fa notare Fabio Bolognini, economista e cofondatore di Workinvoice, compagnia fintech attiva nello smobilizzo dei crediti – la prossimità è stata messa in discussione proprio durante il lockdown: chi, come il fintech, è riuscito a farla a distanza, ha saputo lavorare meglio di chi, come le banche, faceva della prossimità un punto di forza ma nei fatti non la esercitava». Non solo: «Al di là dei proclami, il sistema bancario ha fatto selezione – sottolinea Panieri – veicolando non a chi ne aveva bisogno in emergenza, ma a chi dava maggiori garanzie di restituzione. Con il solito metodo dello “specchietto retrovisore”». Il risultato è che nel sistema delle imprese «si respira quotidianamente un senso di insoddisfazione verso il sistema del credito».
Non una novità: ma quali prospettive?
Andrea Bianchi, direttore di Confidisystema, ricorda che la stretta del credito è «una tendenza che dura da almeno 10 anni. La crisi Covid ha enfatizzato dinamiche su cui da tempo urge correre ai ripari». Una criticità che è emersa in tre fasi: «L’immobilismo delle banche per una generalizzata inadeguatezza digitale del sistema, così ci siamo messi noi dei Confidi a fare prestiti, con un plafond di 35 mln a supporto delle imprese, soprattutto tagli più piccoli. Ora sta riprendendo spazio la garanzia privata, tantissima al 100%». Ma non potrà durare per sempre, perché nel 2021 è presumibile che si tornerà alla normalità anche sul fronte delle garanzie: ecco che, avverte Bianchi, «occorre ragionare oltre l’emergenza per costruire canali accessibili per tanti». Partendo da qualche dato: nel lasso di tempo delle «ultime tre grandi crisi (subprime, debito sovrano e Covid) – fa notare il direttore di Confidisystema – i risparmi privati sono passati da 2800 a 4200 mld, e nello stesso periodo è esploso il debito e crollato il credito alle imprese da quasi 1000 mld a 650 mld. Sono le avvisaglie di un corto circuito». L’urgenza è «avvicinare risparmio ed economia reale». Vale a dire, come far sì che il risparmio privato torni ad uscire dai “forzieri” per essere investito nelle imprese. Le strade possibili sono diverse.
ALLA RICERCA DELLA LIQUIDITA'
«Manca un soggetto interlocutore con le imprese – rimarca Panieri – il target delle piccole e medie ha bisogno di qualcuno in grado di intercettare la prossimità, per valutare il merito del credito». Si torna ad esempio a parlare di una banca pubblica per finanziare le Pmi, sul modello della “vecchia” Artigiancassa. Per il direttore delle politiche economiche di Confartigianato «è una soluzione possibile. In una situazione di fallimento di mercato, l’intervento pubblico è auspicabile, per ammortizzare quel che il sistema privato non riesce a gestire a livello di costi. All’estero lo fanno, senza scandalizzarsi». Quello che andrebbe recuperato sono «le competenze, che la Pa aveva, di saper leggere e valutare un progetto d’impresa. Probabilmente aiuterebbe ad attenuare il rischio, facilitando l’incontro tra il risparmio e l’economia reale». Un ruolo che le associazioni di categoria possono giocare, passando dal servizio vero e proprio alla consulenza. «Delle nostre imprese – sottolinea Bruno Panieri – conosciamo vita, morte e miracoli, informazioni utili alla profilazione, e abbiamo gli sportelli, dove la stretta di mano è ancora un valore. Si potrebbe orientare diversamente il nostro sistema di servizi perché sia funzionale alle tendenze da intercettare, per aiutare le imprese a programmare e a gestire i flussi di cassa, non solo a mettere a punto le pratiche da portare in banca».
L'ALTERNATIVA DEL FINTCH
E poi c’è il fintech, che si fa strada. «Ma la finanza alternativa – ammette Fabio Bolognini – attualmente vale un centesimo di quella tradizionale, 5-6 miliardi contro 650. Nell’ultimo anno però, a fronte di ulteriori 25 miliardi di crediti tolti al sistema delle imprese, quello della finanza alternativa ne ha aggiunti 2. C’è un sistema che cala e uno che cresce. E negli Stati Uniti e nel Regno Unito, nel lockdown, è riuscito a distribuire liquidità di Stato in modo molto più efficiente». Resta il fatto che, come sottolinea lo stesso Bolognini, il fintech «dipende da fondi di investitori istituzionali, che amano la Pmi se porta rendimenti, e non è la banca tradizionale che prende soldi dalla Bce al -1,5%. Ma la convergenza è possibile, con il fintech nelle banche per portare le caratteristiche che a queste mancano, come velocità, tempi di risposta, capacità di gestire piccoli operatori». Convergenza che si sta verificando anche tra gli operatori fintech e i fornitori di servizi alle piccole imprese, «tra chi fa consulenza e chi offre liquidità – sintetizza l’economista – questa è probabilmente la forma vincente del prossimo futuro».
L'ANNOSA QUESTIONE DEI RITARDI NEI PAGAMENTI
Ma c’è anche un altro fronte su cui si può intervenire, ed è l’annoso problema dei termini di pagamento, una “tagliola” per molte piccole imprese che si rapportano a quelle più grandi. «Se la Pubblica Amministrazione ha degli alibi, le grandi imprese no – afferma Bolognini – pagano in ritardo nonostante una direttiva comunitaria adottata dall’Italia fissi dei termini ben precisi. Ma il lockdown ha dimostrato l’importanza della tenuta della filiera, e di pagare i piccoli fornitori, anche per le grandi imprese».